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 Gianni D'Elia  

 POESIA COME ERESIA

 

 

SCRITTI di Gianni D'Elia

 

 

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                   "LE DROIT DE S'EN ALLER" (ad Eluana Englaro) di Gianni D'Elia

                        PASOLINI. ULTIMA SCENA di Gianni D'Elia

                   APPARTATO E POLICENTRICO MARCHIGIANO di Gianni D'Elia

 

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<< Le droit de s’en aller>> *

[Italia, frammento orfico]

(138, XI)

 

 

Come venimmo a così persi tempi,

che nemmeno il morire è più concesso,

il diritto d’andarsene nei tempi, 

oltre  lo spazio dell’Italia ossesso?

 

Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro,

l’uno cosciente e schiavo della pompa,

l’altra incosciente d’un volere chiaro,

stelle comete della propria tomba…

 

E intorno un coro d’avvoltoi raro,

certe facce sbiancate dai livori,

il dovere di vita vaticano,

di tutti i Monsignori e Lorsignori.

 

Non affoghiamo nel lievito pravo

dei farisei che ci vogliono cloni,

sotto la dittatura del più bravo

a mischiare milioni e confessioni.

 

Nella melma del perverso italiano

tempo del Papa Re e del Caimano,

noi vediamo bruciare la cometa

della vita, che alla morte si piega,

 

della morte, che la vita ha già intesa,

la lunga coda della propria attesa,

se dal male la vita è stata lesa,

perché almeno la fine non sia presa.

 

Eluana agli sciacalli non si è arresa,

a questa gente che ci affama e asseta.

 

 *

Espressione usata da Baudelaire nel saggio “Edgar Poe, la sua vita e le sue opere”

(Opere, Meridiani Mondadori, 1996, pagina 795), a proposito del suicidio di Nerval;

il diritto di andarsene, cioè di morire:

 “In mezzo all’enumerazione abbondante dei diritti dell’uomo che la saggezza del XIX secolo

ricomincia da capo così spesso e con tanta compiacenza, due diritti molto importanti sono stati dimenticati:

il diritto di contraddirsi e il diritto di andarsene.

Ma la Società considera colui che se ne va come un insolente;

essa castigherebbe volentieri certe spoglie funebri come quello sventurato soldato

in preda a vampirismo che la vista di un cadavere esasperava fino al furore.”

 

Traduzione di Giuseppe Montesano

 

 

 

 

 

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                        PASOLINI. ULTIMA SCENA di Gianni D'Elia

 

Nella sua morte è esistita una situazione in cui tutti sono obbligati a "conoscere", e anche a riconoscersi;
c'è stata una pedagogia: che è sempre, quella vera, evento e non parola

Andrea Zanzotto


Roma, 2 novembre 1975, Villa Borghese, ore 8,30. Un uomo di mezza età, con un cane di razza al guinzaglio, e un altro uomo sulla trentina camminano nei giardini fradici di guazza, parlando sottovoce...

OMBRA Noi non ci vedremo più. Allora?

SICARIO Allora la cosa è andata come si voleva, ma l'esca è presa. Carabinieri, sul lungomare di Ostia.

OMBRA La notizia non è ancora stata data?

SICARIO Alla radio, ma non sanno ancora chi è. Tutto pulito.

OMBRA Tutto pulito? E se l'esca spiffera?

SICARIO Tutto pulito, è bastato dare una spinta nella direzione giusta, desiderata... Che non fosse solo una lezione, ma una lezione definitiva.

OMBRA Non romperà più i coglioni. E il frocetto?

SICARIO Ha visto di che cosa si è capaci, un massacro. Tacerà.

OMBRA II gruppetto dei coatti e i camerati?

SICARIO Tutto perfetto. Chi gli gridava «frocio», chi «arruso», chi «fetuso», chi «sporco comunista». I più scrupolosi erano i tre siciliani.

OMBRA La storia delle pizze ha funzionato? Dove li avete agganciati?

SICARIO Sì, rivoleva le pizze del film. Li abbiamo seguiti. Termini, piazza dei Cinquecento, poi al «Biondo Tevere». Due telefonate. Hanno preso l'Ostiense fino ad Acilia, poi con due dei nostri fino all'Idroscalo, dov'era l'appuntamento. Il frocetto ha fatto da esca, s'è beccato anche due pizze. Al gran genio, botte tremende, sprangate. Siccome non crepava, ma correva, aveva una resistenza incredibile, urlava «Mamma, mamma, mamma», immobilizzato com'era, bocconi, per una botta tremenda ai coglioni, gli sono passati sopra con la macchina.

OMBRA E la cattura del frocetto?

SICARIO Un imprevisto. Gli abbiamo lasciato la macchina. Correva contromano, è incappato in una gazzella. C'erano due dei nostri in moto. Si è fermato, poi ha provato a scappare di nuovo, alla fine l'hanno bloccato con le pistole. È minorenne, starà zitto, vedrete. Provvederemo poi... Con quelle pizze che ha preso...

OMBRA E le carte?

SICARIO Provvederemo anche a quelle, alla perquisizione in casa o dopo. Dica agli amici di stare tranquilli.

OMBRA Ha avuto la lezione che meritava, come frocio, come comunista e come corsaro dei miei coglioni. Non ci si mette contro di noi. Ecco, le pizze di Salò le ha avute!

SICARIO Allora la cosa è andata. Addio.

OMBRA Mi faccia avere le carte in Svizzera, poi, alla solita casella. Addio.

SICARIO Ah, mi mandi una cartolina!

OMBRA Sì. Buoni convegni su Pasolini a tutti!

*Soggetto e sceneggiatura per un "corto" da fare, inseguendo la traccia di Petrolio
da Il petrolio delle stragi. Edizioni Effige 2006

 

trascrizione a cura di Filippo Cioni

 

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                            APPARTATO E POLICENTRICO MARCHIGIANO di Gianni D'Elia (dal blog "La Gru", novembre 2008)

                  

Qualcuno ha dato la più bella definizione delle Marche poetiche e letterarie dell'ultimo Novecento: appartato e policentrico, considerando la messe di riviste e autori.

Quel modello “appartato e policentrico”, descritto da Gian Carlo Ferretti nel 1985, parlando di “Lengua”, che proseguiva la direttrice bolognese di “Officina”, alternativo a quello milanese e romano, si nutriva dell'estro di Scataglini, che a sua volta citava Adorno e un passo dei Minima moralia, per definire la “Residenza”, e la prova dialettale udita da Kant a Königsberg.

Dal “romito e strano” di Leopardi si risale all'appartato e policentrico degli anni '80, quando da noi si fanno i conti col luogo e col volgare nuovo della poesia da fare, in una realtà già dentro l'omologazione, che almeno non volle essere anche culturale, letteraria.

Diversa l'ipotesi della “marchigianità” di un Piersanti (al contrario di quella di Pagnanelli, De Signoribus, Scarabicchi, Garufi, o di un narratore strano e notevole come il pesarese Paolo Teobaldi, per non parlare della lucida follia nostrana di Volponi o Di Ruscio), più legata all'autopromozione che alla teoresi, folclorica.

In due interventi pubblicati su rivista, ho cercato di definire questo territorio “parallelo”, su cui si interroga anche Davide Nota: La città riviera (“Adriatico”, n.1, 2001) e La poesia dell'Italia, tra città riviera e dorsale umanistica (“Contemporart”, n.54, marzo 2008), che allego alla fine.

Diffusamente, nel mio romanzo poetico inedito, L'ozio della Riviera, oltre che nelle numerose pagine degli inediti in versi di questi ultimi anni, sono tornato sul mistero di vivere qui e di vivere così, dopo la rovina del sogno politico di cambiamento rivoluzionario.

Man mano che stavamo perdendo la Storia, recuperavamo la Geografia, se non altro per resistere in un luogo.

Io sento l'ozio della Riviera come un laboratorio in atto, una città diffusa del “distretto del piacere” (Aldo Bonomi), una città morta e latente d'inverno, una vita da zombie e da fantasma della merce alberghiera, con tutte le suggestioni del negativo o della bellezza marina e collinare, in uno dei paesaggi più belli d'Italia, quello della lunga falesia tra Marche e Romagna che è il Parco naturale del Monte San Bartolo.

E poi c'è il rapporto, tra la costiera omologata delle discoteche e delle fabbriche, e l'entroterra dei paesi, dei musei, delle chiese, delle Università, delle Biblioteche, che è la dorsale umanistica di resistenza del centro Italia. E poi c'è la città profonda, sprofondata nelle epoche, su cui è cresciuta la città nuova, e dunque, per uno scrittore, c'è il mythos, il mito e il racconto di questo tellurico espandersi dell'immaginazione. Ci sono dunque molti livelli, molti strati di sincronia e di diacronia, da attraversare, nella convinzione pasoliniana che “non c'è emozione psicologica che non sia al contempo anche sociologica”. Dunque, si sta lavorando a una critica antropologica poetica, di tipo nuovo, dentro la crisi più totale del vero: “Un'oasi d'orrore in un deserto di noia!”. Ma anche: memoria felice del luogo, nel non-luogo infelice, e versus.

Così, come lo spleen per Parigi e l'ozio per la Riviera, si riattiva l'ipotesi di Baudelaire nel presente: flânerie critica, rivendicazione politia della rivolta mistica, in mezzo alla devastazione dei “bisogni mortali” e materiali negati dal capitale, per la rivendicazione di questi, ma anche di quei “bisogni immortali nell'uomo”: il ritmo, la rima, la monotonia, la simmetria, la sorpresa, il canto, e il suo risarcimento musicale dell'orrore.

Ecco, una antropologia poetica da tramandare, come l'avanguardia della tradizione, nel segno di un “realismo ideologico, di pensiero”, da Leopardi a Pasolini, “sentimentale, e perciò filosofico”, marchigiano, fino al prosare di Massimo Ferretti, che anch'io ho evocato, russo.

Riporto un passo di Infernuccio italiano (Transeuropa, 1988, pag. 52; ora in Gli anni giovani, idem, 1995, pag. 94): “Ciò che sorprende nei narratori russi, è proprio questo amore incredibile per la terra russa... e qui Allergia Rodrigo ti resuscito... qui richiamo la voce morta di Majakovskij... qui caro il Gazzarra de la Marca terrestre chiamo la voce stramorta di Volodja e ti resuscito... marchegiani, i russi della Itaglia...”.

Altro tema collegato, svolto in un convegno sui Luoghi delle Marche (a Chiaravalle, nel 2000), è quello del rispecchiamento non solo culturale e immaginario, ma geografico: il confine, la frontiera, il passaggio dalla residenza alla coscienza della doppia residenza: l'altra sponda dell'Adriatico, da dove è venuta l'ultima guerra balcanica. Il passaggio dalla residenza alla frontiera, alla via Salaria di cui parla Nota, è forse da integrare con la prospettiva ad Est, al mare, come già in un racconto di Flavio Santi è acutamente fatto: Willkommen in Friaul (in A occhi aperti, AA.VV., Mondadori, 2008).

Residenza è resistenza, e anche non cittadinanza, migranza.

Per ultimo, un pensiero solidale alla “residenza” di Roberto Saviano, costretto a sloggiare dall'Italia, per aver denunciato il crimine organizzato. Sarebbe davvero solidale, se i giovani amici della “Gru” pensassero di indagare, con le armi della poesia e della prosa, su quanti settori economici e criminali ha messo le mani anche la camorra adriatica, la 'ndrangheta adriatica. I graffitisti di Rimini alla stazione dei treni non hanno dubbi, se riquadrano la segnaletica ferroviaria finta con un bel colpo d'occhio: KRIMINI.

Crimini di mafia nostrana e straniera, speculazione, droga, racket, investimenti “puliti”, tra disco e bisca, ecc.

 

 

                       

 

 

 

 

 

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