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Gianni D'Elia  

 POESIA COME ERESIA

 

 Articoli, prefazioni, note critiche

 su Gianni D'Elia

 

              cliccare sui titoli

                     Cronache dalla bufera (Pietro Spataro su "Riscritti Corsari", da l'Unità del 13.12.2009

                     Recensione di Davide Nota a "Riscritti Corsari"

                "Fiore della critica" di Franco Speroni, nota critica a "Coro dei fiori"

                  Prefazione di Franco Buffoni a "Non per chi va"

                 "Su quegli anni lunghi lunghi" di Roberto Roversi, prefazione a "1977"

                "Fuochi" di Claudio Lolli, prefazione a "Infernuccio itagliano"

                 Prefazione di Mario Luzi a "Segreta"

                "Orfismo incivile" di Davide Nota, recensione di "Trovatori"

                "Gianni D'Elia" articolo di Gianmario Lucini

                "Il grande eretico del Novecento" Intervista a Gianni D'Elia su Pasolini, di Sante Maurizi

                "Una discesa nel limbo", recensione di "Trovatori" a cura di Sante Maurizi

 

 

 

Cronache dalla bufera (Pietro Spataro su "Riscritti Corsari"

da l'Unità del 13.12.2009

 

«Riscritti corsari»

 

Sembra oggi, ma sono  passati nove anni. La scena di allora, quando correva l’anno 2001, era sempre occupata dal trionfante Berlusconi tornato a Palazzo Chigi dopo la «traversata nel deserto» e da un centrosinistra frastornato per una sconfitta cercata passo dopo passo (tre governi in cinque anni: Prodi, D’Alema, Amato...).

Nella stessa scena c’erano sempre i processi del premier, l’enorme conflitto di interessi, il legittimo impedimento,  l’attacco ai giornali e ai giornalisti, il ricatto ai magistrati. Storie di ieri, storie di oggi: così drammaticamente emblematiche nei giorni in cui il premier (sempre lo stesso) sferra il suo «violento attacco» alle istituzioni e conduce la Repubblica sull’orlo di una crisi ad alto rischio.

Pare un’Italia sospesa, immobile nel tempo, quella che emerge dagli articoli che Gianni D'Elia, uno dei più bravi poeti civili italiani, scrisse su l’Unità negli anni di fuoco che vanno dal 2001 al 2006.

Fu chiamato da Furio Colombo, che insieme con Antonio Padellaro riportò in edicola il giornale di Antonio Gramsci dopo otto mesi di chiusura, per raccontare lo «stato presente degli italiani».

D’Elia ha ora raccolto in un volume quel suo «viaggio dentro il nuovo potere» e gli ha dato un  ambiziosissimo titolo pasoliniano: Riscritti corsari (Editore Effigie, 15euro, curato da Davide Nota).

Che è il segno di un’indicazione di marcia ma anche un urlo contro la «resistibile ascesa del Cavaliere».

 

ANNI DIFFICILI

 

Sono stati anni difficili. Basti ricordare le date dei fatti nel cui recinto si muove D’Elia. La vittoria di Berlusconi nel maggio del 2001, il massacro al G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani a luglio. E poi: il terribile attacco alle Torri Gemelle a settembre, la guerra in Afghanistan a ottobre, quella all’Iraq un anno e mezzo dopo. Dentro casa nostra si vive il disorientamento del centrosinistra dopo la pesante sconfitta: l’urlo di Nanni Moretti a Piazza Navona («con questi dirigenti non vinceremo mai») a febbraio del 2002, i tre milioni con Cofferati e la Cgil al Circo Massimo a marzo, la manifestazione di San Giovanni a settembre.

E poi la faticosa risalita fino alla vittoria di Romano Prodi del 2006 che fu, come sappiamo oggi, fragile ed effimera.

D’Elia scrive dentro questa bufera. E racconta l’anima di un Paese vittima delle «truppe berlusconiane» e nel quale si muove il razzismo leghista «volgare e maschilista» e la borghesia italiana «cattolica ma non cristiana». Il primo articolo esce su l’Unità il 31 marzo del 2001, tre giorni dopo il ritorno in edicola. È intitolato «Il cavaliere del nuovo potere»: mentre quello denunciato da Pasolini negli anni Settanta era un «potere senza volto» questo un volto ce l’ha e «campeggia su tutti i muri d’Italia». È lui l’uomo che vuole «comprarsi l’Italia» (titolo d’apertura del primo numero della rinata Unità). Che ha conquistato il «primato sociale omologando consumisticamente e televisivamente il Paese» e poi si è impossessato dello «spazio politico».

D’Elia svela, pagina dopo pagina, un’Italia «strana e anormale». Nella quale ci si scontra sulle leggi ad personam, sulle flebili norme Frattini sul conflitto di interessi, sugli attacchi continui ai giudici comunisti e agli organi di garanzia (la Corte Costituzionale, il Capo dello Stato che allora era Ciampi). Era un Paese nel quale con un editto dalla Bulgaria Berlusconi cacciò dalla tv un giornalista straordinario come Enzo Biagi. Eravamo ridotti così, purtroppo siamo ancora ridotti così. In quegli anni drammatici l’Unità era sola a denunciare i rischi del potere del Capo. Come dice Colombo nella prefazione «eravamo coraggiosi perché dire e scrivere queste cose ti metteva all’indice». Si era, come lo siamo anche oggi, nel mirino del nuovo potere che sventolava in ogni occasione il quotidiano dalla striscia rossa e ci accusava di essere stalinisti o addirittura un giornale «tendenzialmente omicida» (lo disse Giuliano Ferrara che poi fu condannato per diffamazione). Ma eravamo soli con i nostri lettori - tutti noi che abbiamo condiviso quella battaglia di prima linea - anche dentro la nostra metà campo dove venivamo considerati un po «esagitati», estremisti radicali, gente che dice sempre e solo no.

Altri intellettuali si cimentarono allora, insieme con D’Elia, nell’analisi del berlusconismo (basti citare, tra gli altri, Francesca Sanvitale, Mario Luzi, Clara Sereni, Antonio Tabucchi. Gianni Vattimo, Paolo Sylos Labini, Corrado Stajano, Vincenzo Consolo). Forse «eravamo troppo avanti», forse «avevamo una concitazione bambina»,ma quel che oggi si sente dire di Berlusconi nelle stanze del centrosinistra l’Unità lo disse allora, facendo scandalo: dalla estrema pericolosità del premier al razzismo aggressivo e antitaliano di Bossi passando per il rischio di regime che si respirava nell’aria.

Rileggere, nella bufera forse ancora più drammatica di oggi, quegli anni può essere utile per capire come è cresciuto e ha attecchito il potere di Berlusconi e come si è imposto il suo distruttivo modello culturale. Per capire dove la sinistra aveva visto giusto e dove invece aveva sbagliato. Ma soprattutto per evitare di ripetere gli errori.

Perché, come diceva un filosofo con la barba, la storia si ripete due volte: la prima in tragedia, la seconda in farsa. Ma in questo caso anche la farsa potrebbe assumere le sembianze di una grande tragedia.

 

pspataro@unita.it

 

 

 

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Recensione di Davide Nota a "Riscritti Corsari"

 

«L'inverno non è una attesa delle rondini. / L'inverno è nebbia.» (Roberto Roversi, La partita di calcio, 2). Bisognava, dunque, e bisogna fare luce, spazzare lo spesso velo che copre ogni cosa.
Era forse necessario riprendere in mano la prassi pasoliniana della ricerca sul campo della Storia contemporanea e tornare ad interrogarsi sugli usi e costumi della società e della politica italiane in termini di “antropologia culturale”, e non soltanto di invettiva militante.

L’arco temporale nel quale si va a svolgere questa piccola recherche civile, è il lustro che intercorre tra la primavera del 2001 e l’inverno del 2006. I principali eventi politici che qui si incontrano sono dunque (in ordine): la seconda vittoria elettorale di Silvio Berlusconi (maggio 2001), la repressione militare della manifestazione del Genova Social Forum (luglio 2001), il terribile attentato terroristico contro le Torri gemelle di New York (settembre 2001), la “Guerra infinita” di Bush e Blair in Afghanistan (ottobre 2001) e in Iraq (marzo 2003), le nuove elezioni politiche e infine la vittoria dell'Unione di centrosinistra (aprile 2006). Contemporaneamente si sviluppano e intrecciano le trame ideologiche dello scontro di civiltà e della nuova repressione (cattolica) dei corpi, entrambe fondate sul rifiuto fobico del “diverso” (culturale o sessuale). Sullo sfondo, onnipresente, la crisi identitaria di una sinistra italiana incapace di intercettare e condividere gli umori e le utopie della nuova “base” (il popolo della pace, del volontariato, dell’eresia No-tav, della lotta al precariato e della critica al capitalismo globale; ma anche il popolo della poesia, del dono “inutile” e poco “manageriale” dell’espressione spirituale ed artistica).

Da questo canovaccio shakespeariano di eventi storici (ahimè) condivisi, Gianni D’Elia, con il dono del poeta, e cioè con il talento dell’osservazione sentimentale e partecipata (di Dante e Leopardi, Baudelaire e Pasolini), ci propone, dopo trent’anni di silenzio intellettuale generalizzato, un nuovo assalto «corsaro» contro la scenografia ufficiale della grande Rappresentazione della storia e della politica nazionali. Le armi di questo assalto sono, chiaramente, le sole che possiamo amare, e cioè le armi pacifiche dell’intelletto e della passione umanistica.

Scriveva Pasolini in uno dei suoi celebri Scritti corsari: «Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero».
Nell’arbitrarietà, nella follia e nel mistero della nostra Seconda Repubblica, tra consumismo e disperazione, demenza televisiva e abolizione dei diritti elementari della Costituzione democratica, questi Riscritti corsari di Gianni D’Elia provano a ricostruire la trama invisibile di una “mutazione antropologica” già avvenuta nel cuore dello Stato italiano, e oramai diramatasi dal nucleo del “Nuovo potere” politico ed economico sino alle appendici della nostra vita privata.

Dall’arroganza linguistica delle truppe berlusconiane alla furbizia sbandierata del nuovo modello imprenditoriale (tra evasione fiscale, sfruttamento e collusione mafiosa). Dal razzismo leghista, volgare e maschilista, all’ipocrisia della nuova borghesia italiana, cattolica quanto non cristiana. Dal servilismo estero dei ministri Ruggiero e Fini, alla «colonizzazione» americana «del desiderio» (Debord) e della nostra cultura nazionale, politica e di massa.
Tra Grande Fratello e barbarie bellica, Karaoke e nuovo fascismo, si è compiuta la schiacciante vittoria della logica dell’interesse privato (del particulare) sopra il bene comune di un popolo e del suo patrimonio artistico, ambientale e civile.

Quel che ne risulta, a livello di opera, è un piccolo manuale che potremmo definire, nella sostanza, di “Antropologia culturale dell’Italia berlusconiana”, e pure, nel metodo (coniando una nuova, bella, definizione), di “Antropologia corsara”.
Questa materia, pasoliniana ed ora nostra, era ed è necessaria: vale a dire che ne sentivamo la mancanza.

Parlo da giovane poeta italiano, umiliato (come tantissimi altri giovani poeti) da una Polis che non ci contempla né desidera; ed anche da giovane letterato, costretto (come moltissimi altri neo-laureati in facoltà umanistiche) al mondo del precariato radicale e dello sfacciato sfruttamento del capitalismo post-moderno.
Parlo, anche, da abitante ideale di quel Paese “umile e onesto” di cui ha già scritto il nostro maestro corsaro: la «sinistra culturale» erede di Gramsci, che oggi stenta a riconoscersi in una casa comune.
Ci sono meravigliose eccezioni in cui il nostro sogno ritorna, enorme ed umano come solo i grandi sogni sanno essere: la commovente manifestazione del Firenze Social Forum (9 novembre 2002); l’enorme corteo per la pace a Roma (15 marzo 2003); l’emozionante comizio agli “Stati generali della sinistra” (9 dicembre 2007) di Nichi Vendola, interrotto solamente dagli applausi per l’ingresso in sala del vecchio compagno Pietro Ingrao, apparizione battesimale (proprio come in un poemetto pasoliniano!) di una nuova stagione di lotta, unità e speranza. Oppure, ultimamente (pur dopo la terribile debacle elettorale delle sinistre italiane, premessa ad una atroce stagione di bonapartismo berlusconiano, conservatorismo vaticano, razzismo leghista, distruzione culturale, revisionismo storico, limitazione delle libertà individuali e sindacali): la scintilla, imprevista, dell'Onda studentesca (autunno 2008); o la grande manifestazione dei sindacati scolastici a Roma (30 ottobre 2008). Segni da trattenere, nella lunga invernata.


Arrivo al dunque: questo lavoro editoriale raccoglie tutti gli interventi a firma di Gianni D’Elia (con qualche piccola modifica nei titoli) pubblicati su «L’Unità» dal 2001 al 2006, durante la coraggiosa ed anticonformista direzione di Furio Colombo.
Parlano di pace, di lavoro, di poesia e di speranza; non chiudendo gli occhi sul presente, ma facendo anzi luce sulla guerra, sullo sfruttamento lavorativo, sulla pessima prosa della nostra politica nazionale e sulla crisi storica che ci delude e scoraggia.
Sono anch’essi, questi Riscritti corsari, una stupenda eccezione, dopo i saggi di D'Elia già usciti per Effigie L'eresia di Pasolini (2005) e Il Petrolio delle stragi (2006). Un’eresia d’amore contro l’ennesima mutazione in atto: il tentativo di cancellare per sempre il termine “Sinistra” dal vocabolario della politica italiana.
Questo libro, che vede la luce anche grazie alla collaborazione dell’amico Luigi-Alberto Sanchi, esule culturale al CNR francese e studioso dell’umanesimo europeo, sia dunque la ferma testimonianza di una “resistenza culturale”, da parte della poesia italiana, contro l’omologazione della politica parlamentare.
E siano anche, questi scritti, davvero un invito all'unità, di lotta e di speranze, perché Sinistra torni ad essere, innanzitutto, una Comune sentimentale, e non più soltanto un domicilio tecnocratico.
Solo una nuova stagione di “Antropologia corsara”, e cioè di poesia e di analisi, marxismo eretico e nuovo umanesimo, cristianesimo socialista e passione illuministica per la verità, sarà in grado di risvegliare e rifondare questo nostro utopico Paese.


Davide Nota

da Gianni D'Elia, Riscritti corsari (Effigie, 2009)

 

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                                   "Fiore della critica" di Franco Speroni, nota critica a "Coro dei fiori"

 

 

Poesia e fotografia

  

Questo non è un libro illustrato ma un dialogo del tutto originale tra un poeta ed un fotografo, o meglio ancora tra due modi di essere che si incontrano. Le fotografie di Fabrizio Sclocchini non illustrano infatti le poesie di Gianni D'Elia né queste ultime sono ispirate alle immagini del fotografo. Credo si possa parlare di incontro, nel senso proprio di percorsi che si incrociano lungo la "dorsale umanistica", come direbbe D'Elia, di fronte all'Adriatico, davanti a immagini, a sentimenti riflessi nelle cose che fanno eco in entrambi. Di questa eco il libro è testimonianza. Testimonianza di voci, dunque, scritte con le lettere o con la luce. Percorsi che si incrociano attraverso una flậnerie che si deposita poi in versi e in foto. Ma anche un dialogo le cui parole sono pronunciate con tecniche diverse, la poesia e la fotografia appunto. L’antico canto collettivo che diventa voce interiore e parola nel vuoto, e la prima parte tecnologica che ha reso pubblica e riproducibile l'anima del soggetto.

La fotografia è un' arte media diceva Pierre Bourdieu, osservando come il dispositivo fotografico avesse aumentato il rapporto interattivo tra sguardo e creazione, allargando di fatto l'esperienza attiva, ovvero una creatività che fuoriesce dagli ambiti rigidi delle agenzie culturali tradizionali. Anche se la stessa fotografia può essere riassorbita nell'ambito di un dover essere accademico, resta di fatto un dispositivo tecnologico aperto, come dimostra il successo dell' abbinamento del medium macchina fotografica ad altri media ad alto gradiente performativo, come ad esempio il telefono cellulare.

Si potrebbe forse dire altrettanto della poesia? Penso di sì anche se è molto più complicato per via di una tradizione letteraria a cui siamo stati scolasticamente abituati, basata sull’ analisi dei contenuti, piuttosto che sulla messa in gioco del corpo che ogni costruzione simbolica comporta. Basata più sulla trasmissione di valori che si ritengono condivisi, piuttosto che sulla discontinuità dei desideri e dei soggetti che dei desideri sono la nuda vita. Insomma quell'uso del passato in senso libresco che non diventa mai elemento di vita, come già notava il Gramsci critico della cultura nazionale. Eppure sono già passati più di dieci anni dalla pubblicazione del saggio di Alberto Abruzzese, dal titolo inequivocabile Analfabeti di tutto il mondo uniamoci, in cui la riflessione sulla trasformazione dei linguaggi, in conseguenza di nuove piattaforme comunicative ed espressive, invitava a ripensare il senso del testo e i ruoli sociali connessi - come quelli storici del lettore e dello scrittore - solo apparentemente rimasti inalterati. E su questa scia, consapevole o meno poco importa, molto dopo sono arrivati il gustoso libro di Alessandro Barricco I Barbari e poi LItalia spensierata di Francesco Piccolo.

…Dicevo messa in gioco del corpo che accomuna fotografia e poesia. Ogni dispositivo relazionale, e anche la scrittura lo è, è sempre una spaziatura dei soggetti. 

Nell' ambito della scrittura, indubbiamente, la poesia è una forma assai particolare di scrittura, nascendo, come noto, dall' oralità del canto ma, al di là dell'origine, è proprio la combinazione moderna - ottocentesca metropolitana tecnologica - ad essere interessante. La fotografia ha consentito all'uomo della flanerie la possibilità di dirsi attraverso l'inquadratura. L’invenzione di Felix Fox Talbot fornì il dispositivo per l'affermazione senza sintassi che agevolò l'apertura alla delineazione del mondo interiore di soggetti sociali nuovi, affine alla delineazione del paesaggio interiore di Baudelaire o Rimbaud.

      La poesia è un' inquadratura situata delle parole come la fotografia del campo visivo. La fotografia come la poesia non spiegano ma indicano punti di vista estremamente parziali e sentiti, persino faziosi, che possono entrare in dialogo con il lettore in quanto questi è pari e fratello dell'autore, come scriveva Baudelaire nella sua dedica Al lettore ne I fiori del male. Significa che il dialogo con il "tu" del lettore è diretto e sofferto, e attende risposta. Non è scrittura oggettiva e monumentale. In sostanza non è "da leggere" ma "da sentire" e semmai "da condividere".

Lavoro poetico sulla parola e lavoro fotografico sullo sguardo sembrano coincidere nel senso che entrambi hanno inizialmente focalizzato un punctum, direbbe Roland Barthes, che, reso pubblico, si vuole condividere, ma pur sempre nella sua irriducibile individualità di punctum, cioè sensazione ed esperienza personale. L’assenza di una rigida linea consequenziale del significato, di fatto, fa dei libri di poesia libri non propriamente gutenberghiani, ripensando McLuhan, così come i libri fotografici non sono propriamente semplici cataloghi di immagini. Tra chi scatta una foto, o scrive una poesia, ci sarà in comune con il proprio fruitore la condivisione di un procedimento non-lineare della costruzione del significato e la condiviso ne mediata di un'esperienza che si dà come corporeità offerta più che come pensiero astratto.

Proprio questa corporeità genera quella simbiosi fra scrittore e lettore che ha rilevato Claudio Colaiacomo in un suo libro su Giacomo Leopardi, dal titolo fotografico: Camera obscura (Liguori, 1992). I testi di Leopardi esaminati da Colaiacomo sono per l'autore esplorazioni e rappresentazioni della discontinuità della coscienza: quella dell' attimo in cui un processo mentale precipita in parola ovvero appare leggibile attraverso la scrittura. Ebbene questo processo creativo fa del poeta innanzi tutto l'autore -lettore di se stesso sdoppiato nella duplice funzione di scrittore e lettore. Procedimento analogo al dispositivo fotografico dal momento che la fotografia è la "creazione-visualizzazione" della nostra singolare presenza in un luogo. Riprendendo le parole di Colaiacomo, per il quale la poesia leopardiana è "l'attimo in cui un soggetto pensante si scopre sdoppiato in lettore di se stesso", si potrebbe dire che la poesia e la fotografia insieme sono l'attimo in cui il soggetto si guarda, azione indistricabilmente confusa con il grado primario dell'esperienza.

A partire dunque da queste brevi considerazioni sulla "consanguineità" tra poesia e fotografia, viene proprio da chiederci in che modo entrambe possano essere espressione di "passione civile", sentimento che attraversa anche questa raccolta di D'Elia ed anima il suo incontro con Sclocchini.

Si può dire che la poesia come la fotografia sono "passione" in quanto attimi carichi di esperienza.

Certo che la poesia "civile" ha una sua tradizione di contenuti ed è animata dal parlar "franco" dei "trovatori", memoria cara a D'Elia, come dimostra un'altra sua recente raccolta di versi intitolata appunto Trovatori. Tuttavia quei contenuti sono espressione di passioni civili proprio in quanto corpi che si propongono attraverso lo stile, nella "voce": dunque modi di essere, stili di vita. La visualizzazione sintetica ed icastica che la fotografia offre non illustra ma accentua questa potenzialità altrimenti nascosta dalla tradizione astraente ed immateriale del medium scrittura. La fotografia riannoda l'astrazione grafica della scrittura con le immagini del nostro habitat e con i suoi suoni-rumori, collabora a riaccendere l'originaria oralità della poesia.

Gramsci (contemporaneamente a Benjamin) e poi Pasolini (due tra gli autori di riferimento di D'Elia) a modo loro sono stati, come ha scritto Paola Colaiacomo per una raccolta di saggi di fashion studies, intitolata Fatto in Italia (Meltemi, 2006), i pionieri nella lettura degli stili di vita quali nuovi territori del conflitto politico. Da qui l'enorme importanza di Gramsci per lo sviluppo dei cultural studies britannici (purtroppo poco praticati in Italia) a loro volta sviluppo del concetto gramsciano di "egemonia', termine che sintetizza il farsi corpo e carne della cultura nei processi culturali del quotidiano. La scarsa attenzione italiana per i cultural studies può portare ad intendere l'impegno civile come affermazione pedagogica di contenuti politici da parte della classe dei "colti", anziché come conflittualità estetica permanente attraverso la rivendicazione fattiva di stili di vita differenti e plurali che, ad esempio, prendono corpo nelle mode in quanto modi plurali di essere, di costruire relazioni, di elaborare fattivamente ecosistemi sociali, tribù.

Proprio a partire da questi riferimenti, direi che lo "stile" è testimonianza civile, anche sofferta di sé, della propria corporeità. Pasolini insegna. Come altrimenti oggi è possibile definire il Civis e la cittadinanza, infatti, se non come affermazione di soggetti che sentono? Soggetti fuoriusciti dall'ordine delle appartenenze dovute o delegate. Solo da questo punto di vista di una cittadinanza intesa come un' "aristocrazia orizzontale" (riprendendo un'espressione più volte usata da Franco Berardi) e diffusa, della scelta, non certo del sangue, si può trovare proprio nella creatività estetica, molteplice e sconfinata, l'esercizio di un'individualità desiderante e come tale conflittuale. Anche il senso della poesia, oggi, è essere parte - voce, suono - di questa creatività sconfinata, come nei versi di D'Elia:

“perchè il sentire nel pensare esploda”.

Torna allora assai utile il celebre aforisma di Marshall McLuhan, per cui "il medium è il messaggio", che originariamente nasceva proprio da una sua riflessione sulla poesia e in particolare su Thomas Stearns Eliot il quale aveva detto che il poeta si serve del significato come un ladro si serve della carne per sviare l'attenzione del cane da guardia. I media - e come tali vanno intese tutte le forme di trasmissione di messaggi, arti comprese - ottengono i loro effetti sociali tramite la struttura formale dei loro messaggi, e non tramite il loro contenuto. La loro struttura formale, il loro dispositivo, diventa strutturazione sociale. Al contrario se pensiamo che la funzione dei media sia quella di trasmettere contenuti, è come se pensassimo che la funzione dei ladri è quella di cibare i cani.

Allora la poesia come la fotografia sono due particolari "scritture" con le parole e con la luce che, insieme, strutturano l'esperienza come presenza, testimonianza, incanto, voce, dialogo, confessione, passione, memoria, nostalgia, disperazione... esperienza di modi di essere fortemente orali, in sintonia, molto più di quanto pensiamo, con altri modi barbari di essere oggi della scrittura, sulle diverse piattaforme tecnologiche a nostra disposizione, dai blog alle chat agli sms...

Quando la fotografia e la poesia convivono, come nel Coro dei fiori di D'Elia, è proprio la modalità dell’incontro che è medium e quindi messaggio civile. Il fascino e l'enigmaticità, ad esempio, delle foto di Sclocchini che aprono e chiudono questo volume - il duchampiano Fiore del mare e il dittico Pop Allo sguardo della giostra e Alla giostra dello sguardo - sono due specie di détournement, che accanto alle parole del poeta, fanno di ogni cosa esperita un "oggetto parziale", una cosa che può diventare un'altra e un’altra ancora in un gioco di corrispondenze e di ridefinizione di sensi che è l'autentico impegno per la libertà sempre nuova e imprevedibile, di dire e di essere.

  

 

                                                                                                                                                          Franco Speroni

 

 

 

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PREFAZIONE DI FRANCO BUFFONI A  "Non per chi va"

 

Esistono amicizie destinate a durare e a fortificarsi nel tempo proprio in virtù delle differenze che mai le due persone cercarono vicendevolmente pro bono pacis di soffocare o di tacersi. Credo sia questo il caso della grande amicizia che lega me - militante radicale dei tempi storici, illuminista, uomo da "stato di diritto" anche (e soprattutto) negli anni Settanta - a Gianni D'Elia, che della militanza in Lotta Continua, in quegli stessi anni (gli anni della scrit­tura di Non per chi va), e in quelli immediatamente precedenti, fece la sua palestra politica e civile.

L'amicizia si fortificò nel decennio successivo, grazie alla poesia. Al di là, o al di qua, delle convinzioni politiche, noi riuscivamo a parlare per ore - anche di notte, passeggiando - di poesia. Ma dopo un po' ci accorgemmo che nella poesia era compreso tutto, e che noi volevamo parlare di questo "tutto".

Posso così dire di avere ascoltato, quasi sempre camminando, Gianni raccontare in anteprima il senso profondo, e poi recitare (a memoria) ampi stralci dai libri che lo avrebbero "canonizzato" nella collana "bianca" di Einaudi: Segreta, Notte privata, Congedo della vecchia Olivetti.

E si parlava anche di quel primo libro stupendo - Non per chi va - sempre concludendo che sarebbe stato sì il caso di riprenderlo, di ripubblicarlo, per permettere anche ai più giovani finalmente di leggerlo e non solo di citarne il titolo.

Promuovendo questa nuova edizione di Non per chi va, provo dunque una duplice soddisfazione: quella di manifestare concretamente all'amico la mia stima; e quella di permettere a molti di scoprire le radici di una delle poetiche più nette e autorevoli di questo passaggio di secolo.

Il volume, apparso nel 1980 nella collana diretta per Savelli da Majorino e Roversi, può essere analizzato ­seguendo lo sviluppo delle tre sezioni - secondo i presupposti di tre diversi modi di "fare" poesia: e precisamente, secondo i canoni dell'epigramma, del poemetto e della lirica breve.

Date queste premesse, parrebbe di star parlando di un autore con alle spalle un lungo apprendistato versificatorio; invece D'Elia inizia a scrivere versi proprio con questo libro. Fino al 1977 erano stati gli studi di giurisprudenza ad assorbirlo, e soprattutto era stata la militanza politica a svolgere nella sua vita il ruolo di baricentro emotivo e creativo. Fu dopo la delusione del 1977, del grande raduno di Bologna, che nell'animo di D'Elia si fece strada l'idea della scrittura in versi come ipotesi di presa di contatto col reale e col politico.

Torrenziali furono allora le letture e le riletture: Penna, Pasolini, Sereni, Fortini, nonché le traduzioni dai grandi russi di inizio secolo: in primis Pasternak. Questo il terreno fertile su cui germogliarono le poesie della prima sezione - Turchese - quasi tutte composte nel corso del 1978. Una sezione dove appare prevalente l'intonazione epigrammatica, e per la quale, ai nomi testé citati, va subito aggiunto e sottolineato quello di Roberto Roversi, vero e proprio "maestro e donno" del primo D'Elia.

Roversi tuttavia non scrive la prefazione a questo libro; aveva già parlato di D'Elia su «La città futura» (n. 20,17/05/78) in termini inequivocabili: D'Elia cerca le nuove verità che siano nostre. Si faccia attenzione alla data: siamo nei giorni del sequestro Moro. E alla fine di quel mese di maggio, subito dopo l'assassinio, D'Elia scrive la Lettera del figliuol prodigo, che costituisce la parte centrale del volume, a mo' di cerniera tra il poemetto Non soltanto di lui (cui fanno da epigrafe i versi di Pasolini: Oh ragazzi sfortunati che avete visto a portata di mano / una meravigliosa vittoria che non esisteva!) e l'Appendice di maggio per versi senza resa.

Roversi non scrisse la prefazione, ma tale è il legame che univa D'Elia al maieuta bolognese che il volume si apriva - dopo una citazione della premessa leopardiana (A chi legge) alle Annotazioni filologiche - con una lettera (Caro Roberto) del giovane poeta al maestro. Una lettera in cui si parla della necessità di piegare le cose da dire ai versi e viceversa e in cui è palese da parte di D'Elia la tensione verso il superamento della "condizione politica". Certo, la politica - etimologicamente - continuerà ad essere (e come non potrebbe?) protagonista, ma un nuovo moloch sta invadendo il territorio di indagine del giovane poeta, la lingua: Una lingua della vita... Così come alcuni 'isolati' ci ricordano: Sbarbaro. Jahier, Michelstaedter, Rebora... E il dado è tratto verso il futuro, la fondazione e la conduzione per oltre un decennio della rivista «Lengua».

Privo di prefazione, il libro presentava ben tre postfazioni, una prevalentemente emozionale di Franco Jannelli (Piangere è bagnare, Tornare belli); una più tendenzialmente politica di Maurizio Maldini (... Questo ha orecchiato Walter Tobagi nella piazza grande di Bologna) e una embrionalmente letteraria di Massimo Raffaelli (Non per chi va ricostruisce una struttura circolare, poematica).

Questo il paratesto politico e sentimentale del libro.

Fino all'ultimo siamo stati indecisi se riproporlo pari pari o solo descriverlo. Si è optato per la seconda soluzione per evitare di correre il rischio di ristampare un documento d'epoca (che lo stesso D'Elia stigmatizza in fine: Questa vita deve essere sognata da ciascuno. Non c’è nessun 'tutti', nessun 'massa', che può farlo per tutti,..) assolutamente datato, mentre il libro di poesia in esso contenuto è quanto di più vivo e attuale si possa proporre, perché viva e grande e destinata a restare è la poetica di cui è intriso.

Da quest'ultima considerazione viene invece la necessità di pubblicare la "Postilla a Non per chi va", composta nel 1998 forse proprio sull'eco del primo giudizio critico di Roversi: ... Sembra unl viaggio... ma rovesciato: da una vecchiaia che ancora non si conosce a una adole­cenza appena lasciata, di cui si continua a calpestare l'orma.

Postilla che, a sua volta, pare costituire l'eco della citazione da René Char apposta da D'Elia all'inizio della Appendice di maggio: Vecchia persona quando sono nato. Giovane ignota quando morrò.

Ma un altro nome almeno vorremmo evocare a proposito di Non per chi va, e con riguardo proprio al poemetto eponimo: Dino Campana. Sua l'epigrafe citata da D'Elia, ma soprattutto suo ci pare a tratti il pathos, quel senso di viaggio come faticoso ineluttabile percorso verso la conoscenza di sé. Non per chi va (inteso come singolo poemetto) trae alimento vitale proprio da questa metafora. Che cosa meglio di un "viaggio" è in grado di esprimere l’avventura del pensiero e dei sentimenti? Il viaggio, il pellegrinaggio presuppone infatti una meta da raggiungere (dunque: un "fine") e consente, provoca, ogni sorta di deviazioni, inconvenienti, sorprese, avvicinamenti e allontanamenti, scoperte, visioni, incontri, chiarificazioni. La disposizione dei versi e delle immagini diviene qui pertanto simile  alla crescita dell'individuo che perviene alla scoperta di sé, della propria entità, dell'entità del mondo e, soprattutto, di quel "da dove a dove" che infine costituisce l'elemento primo e propulsore di qualsiasi queste.

Un altro critico che comprese immediatamente l’importanza del poeta e del suo primo libro fu Dario Bellezza. L'autore di Invettive e licenze recensì il volume fresco di stampa riconoscendo in esso una precisa scelta di campo: Abbandono al canto, privilegio del Corpo, privilegio per la linea Saba-Penna-Bertolucci che sta diventando sempre più centrale nel nostro Novecento. Ricordiamo la data: 1980. Quando si dice le intuizioni (del critico e del poeta)!

Ma Non per chi va è anche il libro della "rimozione" di due decenni: gli anni sessanta e gli anni settanta. Lo suggerisce Angelo Romanò, altro recensore eccellente del primo D'Elia. In effetti il libro contiene un doppio rifiuto epocale: quello degli anni spensierati e "affluenti", e quello degli anni torvi e plumbei. Facile benessere e violenza politica, entrambi rifiutati con fermezza a favore del rifugio - onirico forse - in una realtà precedente, in un'Italia ancora contadina e dialettofona. Ma proprio per questo il libro è attuale: mai come oggi infatti è stata presente la riflessione ecologica e "verde", e pure il discorso sulla lingua e sulla funzione dei dialetti. E la vera forza di D'Elia sta nel pronunciare tutto questo con incandescente entusiasmo, con inerme fermezza.

Una pronuncia che sa farsi carico – rinnovandole - di delicate tradizioni linguistiche, poeticamente anche pericolose: pensiamo soltanto all'uso del diminutivo e del vezzeggiativo in D'Elia (un uso che i libri più recenti hanno ulteriormente reso personale, inconfondibile): in Non per chi va è già presente e se ne individua la matrice pascoliana (magari filtrata attraverso Pasolini, altro grande nume poetico-politico di Gianni). Il tutto mentre gli "altri" sperimentavano. Mentre le conseguenze più nefande della sbornia neo-avanguardistica si riversavano sui tavoli delle redazioni proponendo versi improbabili e soprattutto incomprensibili. Mentre il neoorfismo dilagava imponendo un'altra moda: quella dei prosciugamenti assoluti di senso; mentre le prime tentazioni mitopoietiche andavano facendosi strada.

Crediamo che un merito non da poco di D'Elia sia di avere percorso sin dall'inizio una strada propria, con mezzi assolutamente propri. Una coerenza che – due decenni più tardi - siamo qui a constatare quanto abbia "pagato", sia in termini di originalità del dettato sia di coerenza nello sviluppo della propria poetica. Una poetica forte al punto da poter coincidere totalmente con la storia personale dell'autore: una poetica senza prestiti, dunque, e senza innesti posticci. Perché, come si legge nella terza parte del libro - quella per la quale Franco Fortini sempre spese parole di altissimo elogio - la poesia altro non dètta che punti / chiari sopra l'angoscia.

                                                                                                                                             Franco Buffoni

 

 

 

 

 

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 "Su quegli anni lunghi lunghi" di Roberto Roversi, prefazione a "1977"

 

Qua noi leggiamo non una prosa - un racconto in prosa, un romanzo - ma un poema. E il poema a diario o epistolare sembra non finire mai e procedere più per grida che per sus­sulti; tanto che nella sua densità iterativa, al primo incontro un poco angustia e un poco appare (potrebbe apparire) perfino tedioso. Perché la vicenda è monocorde, tutta sfilata senza alternativa su un ribadimento di diluvio universale appena consumato DENTRO AL CUORE DI UN UOMO. Consumato e, naturalmente, patito.

Ripeto: se badiamo al primo incontro o scontro di lettura. Anche scontro, dato che registra come in atto una conflittualità dei sentimenti (di alcuni sentimenti); i quali di continuo si ritorcono per modificare via via, sia pure di poco, l'asse della co­municazione.

Il procedimento produce senz'altro un senso di oppressione affatto liberatoria ; ma nello stesso tempo trascina in basso, con un approfondimento della tensione degli affetti sempre sorprendente, coinvolgente.

Non si può tacere d'altra parte (è una constatazione non marginale) che nei suoi pregi, questa è un'opera «diversa» nella storia ancora così recente e attiva di D'Ella.

Una probabile definizione esatta - e la verifica all'interno del testo a mio parere lo conferma - è data dallo stesso autore quando enuncia: non si tratta di un libro confuso, ma di un libro che può confondere.

“Confondere” sia per l’esplicita complessità iniziale (da parte del lettore) ad agganciarlo secondo una corretta prospettiva; sia perché non propone in immediata evidenza, come ho detto, nessun legame diretto con le altre opere di D'Elia fino ad oggi pubblicate.

Per esempio: mi ricordo così a mente, e spero di non sbagliare la citazione, che nel suo primo libro di versi (pubblicato da Sa velli nel 1980) aveva scritto: «Ciò che abbiamo trovato / è perso per sempre. . . Ciò che siamo per sempre / pare trovato». Stabiliva subito una generale precarietà in atto con la suggestione di un preciso riferimento generazionale, che tutto il libro proponeva in una dialettica molto alta e drammatica dentro a una solarità contratta; una solarità, anzi, abbastanza fredda anche se non dichiarata esplicitamente; perché segnata dallo sforzo non tanto di volerne uscire fuori quanto di capire. Di capirla. Di farsene una ragione, anche a costo di dissanguarsi. La voglia drammatica di capire il mondo nella sua complessi­tà quotidianamente contraddetta e dinamica, terribilmente e­semplare, mi risultava più alta e più forte della voglia di vi­verlo. Il risultato era sorprendente, perché non era una poesia di testa - con la trama di tutte le possibili riflessioni - ma di nervi scoperti, cioè di tensioni e di emozioni in mezzo a que­sto duro cercare.

Emozioni. Infatti, dopotutto, il termine a più costante e am­pia utilizzazione, lì dentro, era VITA; un percorso integrale da scoprire (Il presente è scoperto / per essere inteso dal figlio, / da un figlio che torna).

Era il tempo in cui D'Elia, con una convinzione drammatica e intensa, scriveva: «Per questa mia generazione la poesia è ve­nuta dopo la coscienza politica (che è stata per molti anche una esperienza umana insostituibile). Ma a differenza dei nostri padri, anche il nemico per noi è venuto prima della poesia».

Eccoci allora, senza tirare il respiro, dentro al testo presente, a rimorchio di questa splendida, nel senso della lucidità senza fronzoli, affermazione. Vera e propria attestazione di intenti.

Perché infatti questo libro è dedicato, almeno a mio parere, all'incontro/scontro con quel nemico. Che è un killer addetto a sopprimere tutte le utopie e a ridar credito, con selvaggia pre­potenza, al dramma della vita consumata tutta intera in solitu­dine;

e in un parziale silenzio che induce alla riflessione.

Questo 1977 rappresenta il momento in cui il diabolico sciaccallaggio su quegli anni lunghi lunghi è già messo in opera; e tutto viene cancellato e calpestato; perciò l'autore si dispone a registrare la situazione ma non a sottoscriverla, anche se gli manca sul momento ogni ipotesi alternativa e ogni peso argo­mentativo, fuori da questo sentimento della vita che improv­visamente si è addensato, agglomerato e preme e così sembra che costringa, induca a fare i conti solo con la realtà (e la verità) della morte. La morte, tuttavia, non come conclusione ma come presenza attiva.

In questo senso, il punto iniziale di comprensione potrebbe essere la frase: «sto morendo qui voglio andarmene a morire altrove>>. L'affermazione, io credo, attiene a una lacerazione della esistenza (o dell'esistente) valutata e sopportata nella sua drammaticità; ma non come atto o fatto totali; in quanto poi - senza ironia, anzi come una confessione legittima - D'Elia

avverte che «la scrittura è il referto della mente»; quindi non le è sottratto neanche l'impegno a un giuoco «alto» nella disposizione di cose persone e occasioni per essere dette e si­gnificate. O anche: «tutto è rabbiosamente letteratura lì dentro - con spasimo - e con speranza».

Spasimo, leggo, e conseguente speranza sono - come dire? - consegnati alla presenza virtuale della morte.

E nell'opera in oggetto, una morte magnifica; cioé una pre­senza, un approdo vitale. Non una completa negazione. E neppure un pretesto metaforico; ma una verità riflessiva che diventa realtà  costruttiva dentro a questo lungo respiro slabbrato pie­no di inquiete domande e incertezze.

Ho detto, e ripeto, che le persone qui ci sono (ci stanno) come  indicazioni succinte, senza amore; e che le cose accadono anche in una ripetitività spesso lugubre, spesso deprimente ma proprio e solo per essere raccontate.

Perché ciò che in verità trattiene (o meglio, riesce a inalveare) questo ansimante generoso impietoso profluvio di emozioni, di dolore, di preoccupazione, è la tensione di una letterarietà molto colta, significativa (significante) che ha paura realmente e impietosamente (vedi sopra) di comporsi in struttura narrativa ferma, quindi in una organizzazione culturale. E tende a sfuggire debordando ai lati, nella impossibilità di aggregarsi e di comporsi. Al fine, comunque, di stabilire - nonostante tutto una conclusione o un approdo. Tuttavia non è crisi o delusione della comunicazione (quella che ci è sottoposta e presentata); o più esattamente della comunicazione in poesia; ma solo una delusione lancinante dei sentimenti e delle annesse speranze che affioca ogni tensione e scompagina le varie suggestioni e infrastrutture della nostra vita.

Così si vorrebbe cessare di scrivere, perché è morta non la vita ma la paura che ci preparava e aiutava a scrivere, sottomettendoci drammaticamente alla vita. Dato che il referente non era un altro, uno fuori da sé; ma l'altra parte di sé; una ombra tur­bata e furente, oppure strisciante, talvolta invece solo timida, immacolata.

Il proprio doppio che la paura morta, o se vogliamo, la mor­te della paura ha ricomposto, sovrapposto; di modo che alla conclusione - come un riscatto incandescente o un lacerto in­sanguinato - su tutti e su tutto risalta una sola figura, una sola mente, un solo cuore. Quindi si ricostruisce il circolo entro cui innescare una nuova comunicazione in versi.

A mio parere il presagio c'è già nel gruppetto di alcuni versi che compongono la plaquette senese «Interludio», quando D'Elia con una malinconia così lucida e piana su cui la paura della morte (o della vita) scivola via leggera quasi trasumanando (il trasumanar pasoliniano) afferma: «Inizio a comprenderti, / leggera-uccelletta! -/ nelle fulminanti tue / corse che im­bandisci / tra gerani». Con ciò, in un modo struggente e ra­zionale, sembra che si sottoscriva la ricomposizione del mondo degli affetti, alimentato da aneliti di curiosità e di speranza per tutte le cose.

Gli stessi aneliti espressi vittoriosamente dal filosofo sul bordo di un vulcano; non temendone i fuochi.

 

                                                                                                                                                                                                     Roberto Roversi

 

 

 

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"Fuochi" di Claudio Lolli, prefazione a "Infernuccio itagliano"

 

"Né' dialetto né lingua... un gergaccio...costruitissimo distruttissimo... gualcosa che pare barbaro... corrotto improvvisato..." E’ nella distanza, affascinante, tra il  costruitissimo' e il 'pare... improvvisato' che si risolve la raffinata capriola linguistica e narrativa di questo 'romanzaccio itagliano' di Gianni D'Elia; e dire si risolve è fargli torto, perché in questo libro, tutto (la lingua, il pensiero e il ricordo, l'invettiva, il mugugno) si annoda continuamente in un  intrico insolubile, a formare un 'guazzabuglio' degno della vigna di Renzo, o, per ricordare una parentela più prossima pertinente, a formare un 'pasticciaccio', un 'gliuommero’ gaddiano.

Il romanzo, però, non vuol essere semplicemente una ‘operazione letteraria', bensì un 'gesto terapeutico' che l’autore compie nei confronti di se stesso e del mondo; e  delle 'liberazioni impossibili' possiede ogni caratteristica,prima fra tutte quell'atteggiamento ambiguo che sta tra l’autosorveglianza più patologica e l'ingenuità più spudorata.

“Invece di cercar di rendere esattamente quello che ho davanti agli occhi, mi servo, per esprimermi con più forza, di colori arbitrari" scriveva, nel 1888 da Arles, Van Gogh al fratello Theo. Quasi cent'anni dopo, Gianni D'Elia, da Pesaro, scrive ai suoi molti fratelli sprofondati nell’infernuccio, quasi la stessa cosa: per descrivere 'esattamente' la , contemporaneità, l'unica possibilità è partire dal suo interno, dalla sua grandiosa e mediocre volgarità, esserne parte, non illudersi o mentire supponendosi fuori, distaccati, sereni lontani giudici. Viene in mente ancora Gadda: "Dire per maccheronea è più un deferire che un reluttare al senti­mento dei molti: è interpretare e vivere (...) anziché dimenticare il meccanismo della fluente conoscenza, della descrizione e catalogazione dell' evento." Gli inferni dunque, di qualunque epoca e di qualunque tipo, richiedono un viaggio oscuro e tormentato nelle loro viscere, una immedesimazione. Qui, poi, non ci sono stelle da rivedere: uscendo dall'infernuccio troviamo solo "una luce di notte, una di quelle luci mischiate dai neon, la luce della notte, grigia, arancionata, unta, polverata, coi riccioli di giallo delle insegne dei ballàri costieri." E l'infernuccio stesso, in una delle sue tante 'occasioni' , è appunto una baleraccia di riviera (di una quasi-Rimini estremamente antiaccademica per questo periodo), elevata a simbolo del contemporaneo degrado emotivo.

Ed è certo dalla letteratura, dall' accademia, che l'autore vuole chiamarsi fuori, con la disperazione di chi si sa letterato fin nelle ossa. All' accademismo editoriale e linguistico, alle inchieste dei media sulla popolarità della trama e dell'intreccio nella narrativa 'itagliana' contemporanea, D'Elia risponde con uno sghignazzo acculturatissimo e plebeo. Questa contraddizione fondante, sua e del suo libro, mi pare si rivolga a far emergere le contraddizioni maleolenti ('puzzone', direbbe forse il personaggio del romanzo) di una comunità e della cultura che la rappresenta: contraddizioni rintracciabili nell' oscillazione cinica tra l'attrezzeria culturalistica e la volgarità del vissuto, tra l'analisi microscopica e pelosa del 'testo' e l'imbastardimento antropologico.

In questo libro dunque, la trama, l'intreccio, non esistono: nelle prime pagine i 'cretini critici' sono preavvertiti: non vengano a rimproverare mancanza di organizzazione nel materiale, ché organizzare qualcosa è pur sempre filtrare, disinfettare, rendere sterile. Invece qui si vuole, meglio, si deve, mettere in luce l'urgenza, la necessità della comunicazione. Il materiale, più che organizzarsi, si accumula secondo la logica discontinua del ricordo, dell'analogia, dell'associazione, dell'intermittenza. In uno stato di veglia perenne, di elettricità nervosa, il romanzo ci vomita addosso la sua paradossale, caotica lucidità.

Tra una casa invivibile, in cui le porte non si possono mai chiudere a chiave, e un imprecisato 'istituto', in cui l’ambiguità azzera le differenze tra pazienti e impazienti con la legge suprema della concentrazione; tra una Riforma che tutto peggiora senza modificare nulla e la ricopiatura, affannosa e gentile, del diario eiaculato da un amico morto, assistiamo al lento ma inesorabile formarsi dell'universuccio infernale del protagonista. Con qualche momento di ‘vacanza’: la vacanza nella memoria innocente di un ragazzo marchigiano: in questi passi, come per incanto, il linguaggio si intenerisce, si depura: da lugubre, becero, espressionista, si fa lirico e malinconico ("pian piano, dall’albero che guardo, vien fuori la parola albero, non prima di esser passata per tutti li rami..."). Ma questa vacanza, in case e campagne non possedute, vissute anzi come magici regali occasionali, come stupori graditi e finiti, già porta in sé altre premonizioni dell'infernuccio; si fuma di nascosto nella legnaia sperando che la porta si apra sul nostro peccato. Ma l'uomo contemporaneo precipita nell'inferno senza nemmeno che un mediocre dio casalingo scopra il suo peccato originale: per questo nuovo tipo di dannati l'inferno non è luogo di una caduta, è il deserto orizzontale del presente.

E poi gli studi, l'amore, la politica ("Comunque per me fu l'amore, l'amore di una volta e non più, l'amore che dà un momento di identità a esistenze strutturalmente tortuose. Eccolo completo, l'infernuccio: con quel suo vezzeggiativo cosi definitivo e terribile, con l'impatto di un 'Ecce Bombo' girato da Carpenter invece che da Moretti.

La non-storia dei personaggi, o del personaggio, di D’Elia, è la storia di molti, ma raccontandola è difficile restare, come lui fa, in equilibrio tra la nostalgia e la coscienza; è difficile, come lui fa, difendere e amare dieci anni di ‘storie’ intense, disperate e vive, senza rimpiangerle; è difficile oggi, come lui fa, rifiutarsi al pentimento postmoderno.

Qui sta il coraggio, e il fascino, di questo libro: è il rifiuto della rimozione di un periodo storico, è il volerlo riconsegnare alla penna degli storici e dei poeti, sottraendolo a quella dei giudici e dei giornalisti 'itagliani'.

Ma questa riconsegna viene fatta attraversando una città ancora piena di fuochi, con un pacco di fogli nascosti sotto l'impermeabile, insomma: vivendo e rivivendo una tensione emotiva; in quei fogli sono scritte, con affetto perverso "tutte queste porcate di perdere la vita ogni giorno, così sofferta dentro, così banale di fuori".

Nell'infernuccio itagliano, la vitalità, (la verità, la vita) non può essere, per D'Elia e per tutti i suoi fratelli, che merce di contrabbando.

                                                                                                                                   Claudio Lolli

 

 

 

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PREFAZIONE DI MARIO LUZI A "SEGRETA"

 

 

Giovane di fresco incantevole fervore, Gianni D'Elia ac­cende della sua sottile incandescenza il gruppetto di amici e collaboratori che in Pesaro fa capo alla rivista «Lengua».

Il ti­tolo stesso di questa pubblicazione dice che il tema primario di studio e di comunione è il linguaggio: tema che mi pare venga trattato con bella apertura dottrinale e vivo sottinteso civile.

Il lettore di queste liriche non se ne meraviglierà. Il concetto, tutt'altro che tautologico, di poesia come realtà es­senzialmente linguistica vi è conclamato: non meno eloquente è l'organizzazione di quella realtà in strutture costanti e uniformi, quasi disciplina congenita con la lingua e la sua peculia­re inventiva.

C'è, ostentato, un partito preso, c'è una qualche ostina­zione programmatica in questa scelta? Forse sì, come sempre quando si tratta di attestare un convincimento, una fede.

D'Elia crede nella poesia sia come entità sia come istituto in­fratemporale (ma suscettibilissimo, come vede il lettore, di una ingenua e sorniona tempestività); e crede nella tradizione letteraria in cui essa si incorpora.

Lo crede senza solennità, af­fabilmente; nulla è più lontano da lui che un cipiglio regressi­vo da «richiamo all'ordine». Pratica questa fede con estro, gioco e grazia, spesso con felicità invidiabile.

Intanto la vita gioca con queste strutture, all'interno di es­se, un gioco che è a nascondino e a stanarsi.

Le immagini di straforo, gli umori variabili della giornata tediosa e improvvi­samente riaccesa di desiderio e di aspettativa filtrano lungo il labirinto delle trame verbali finché esce il filo visibile della “ragion poetica”.

Nulla di frontale e diretto: schegge di espe­rienza frantumate lungo i percorsi dispersivi e distratti che dalla percezione arrivano alla provvisoria conoscenza.

La for­ma che assumono è di malleabili costruzioni verbali e ritmiche apparentemente astrattive: eppure poche espressioni di oggi captano capillarmente il vissuto come lo fanno, per linee fur­tive e sghembe, per istanti e baleni, le quartine di D'Elia nella loro ordinata sequenza, nel loro continuum.

Specialmente leggendo la prima e la seconda parte ho pen­sato che il giovane poeta avesse appreso qualcosa di questa ar­te più che dai prediletti maestri italiani, dai sonetti in versi brevi e dalle Chansons bas e dagli Eventails mallarmeani. Nella terza parte il procedimento tende ad allinearsi con dichiarata e franca risolutezza.

Sarebbe, credo, un errore desumere una fuga postmoder­na nei paradisi dell'artefatto, una corsa avvolgente nell'imbu­to dell'entropia. La reattività intestina ed esplicita del testo è corrosa e ironica e tuttavia pulita e fiera.

C'è piuttosto da os­servare che l'ambigua e imprendibile realtà che disillude la conoscenza non induce a rinunzia o a desistenza morale, ma im­pegna il poeta nell'accanimento dell'arte a cui in definitiva è affidato il compito di renderla possibile, quella conoscenza, e momentaneamente credibile.

E questa arte leggera ma ferma, povera sotto ogni riguardo che non sia il suo candore quasi provocatorio, non è niente avara di evidenze e di sfumature topiche - la provincia adriatica acutamente patita - né di concretezze e di allusioni al tempo personale e generazionale.

Confidando nell' euforia del «trovare », lasciandosi anche andare a quella felicità, D'Elia ha avuto buon gioco: la realtà gli ha obbedito lasciandosi catturare nella svariante tritura in cui è dato oggi di percepirla.

 

 

 

 

 

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"Orfismo incivile" di Davide Nota, recensione di "Trovatori"

 

 

 

Qualche critico letterario prima o poi dovrà accorgersi, ammettere e scrivere che non ci troviamo di fronte a un semplice libro di poesia. Questo è un libro di “teatro in versi” e più precisamente è un libro di “teatro di parola” in versi. Le origini sono chiare e basterebbe tornare sull’idea abbozzata del coro di voci in Bestia da stile di Pasolini per riconoscerne l’imprinting (si torni soprattutto sulla conclusione del II episodio). D’Elia naturalmente sviluppa questa intuizione-base con la maestria formale del suo poema in fieri e con la forza delle eredità raccolte ed incarnate: Baudelaire, Leopardi, Dante, Penna, Saba, Caproni (si torni qui sul tema della “tradizione come eresia” in Gianluca Pulsoni, Scorie contemporanee, pp.30-34). Dove prima c’era un seme, adesso un albero. Un campo di rose che costeggia l’orizzonte, in cui le terzine sono corolle che si schiudono e le voci movimenti del poema naturale. Si tratta in verità di un ritorno, se si pensa come dovrebbe essere al Dialogo della vecchia gioventù (1978) come vero esordio, teatrale, del poeta marchigiano. Ma c’è una novità, perché qui i protagonisti delle tragedie pasoliniane (Julian, Jan…) svaniscono come orfei smembrati e sciolti nell’armonia fluviale del cosmo. Quel che resta è un coro eretico, non ufficiale, pan-umanistico: un concerto di voci senza nome e senza corpo, il fruscio dei pensieri del mondo di cui parlavano già Agamben per Caproni e Mandel’stam per Blok. L’io dissolto sotto forma di “io-mondo” plurivocale e armonico. E anche nei testi in cui il soggetto lirico è presente, con le sue memorie personali e le sue opinioni, esso confluisce nel colloquio continuo con tutte le altre, più o meno indefinite, presenze reali e interiori.

La prospettiva orale e teatrale dell’opera è inequivocabile anche perchè ce la indica lo stesso autore a pag.12 con riferimento diretto a Shakespeare e a Carmelo Bene («Cantate l’oratorio come fosse / in voi la voce di Carmelo Bene…») mentre sin dal testo d’apertura si delinea la struttura polifonica del coro («Se varie voci parlano in un sogno / o nelle stanze del reale mondo…») così come poco dopo lo scioglimento dell’io lirico nel flusso pan-umanistico («Questa perdita in atto della vita / nel dolce naufragare dentro al mare»). Sin dal titolo, Trovatori, ci si richiama esplicitamente a un genere di poesia, la trobadorica, non solo specificatamente finalizzata all’esecuzione orale ma “parlante” di “valori condivisi” («Tra morte e guerra, l’amicizia e il bene…») che qui rivivono svincolati dalla fedeltà politica e signorile («Valore e cortesia, e la rivolta…»). È un canto corale d’amicizia, di fedeltà all’uomo e al mondo, una «cena d’amore», un inno alla salvezza («dobbiamo uscire vivi dalla gabbia!») dall’irreale sociale («argini di lamiera, ferme braccia…»; «meccanismo a difesa della merce»), culturale («la decadenza, luccica di sciocchi») e naturale («La tempesta in cui siamo ha il nostro nome…»). Si passerà presto, in questo utopico convivio di anime, dall’evocazione della scenografia, il contesto storico-geografico, ad una riflessione proustiana sulla “memoria” («Chissà perché torniamo come morti, / sui luoghi che ci videro vissuti, / dove pare rubata ora la vita…»). A lampi affioreranno le immagini sepolte del passato, come dono miracoloso della nominazione poetica: dai luoghi dell’infanzia al tema della “scomparsa”. E saranno proprio gli scomparsi, nelle voci dei cari defunti, ad aprire il discorso principale dell’opera: «la religione del mistero», la scoperta del “passato contemporaneo” e dell’assenza come “vera presenza”. Solo a questo punto le porte del poema si spalancheranno totalmente alla “pratica dell’ignoto”, alla convivenza impossibile di amici del presente e maestri del passato, in un continuo e musicato dialogo sopra la “natura” e la “storia” del mondo.

Un libro enorme: polifonico, filosofico, popolare. Dalla memoria personale al canto del mistero. Anche il tema politico e civile si fa qui cifra della riflessione filosofica e religiosa sopra la condizione “assoluta” dell’uomo. Ecco, dopo tanto consolatorio neo-orfismo, un vero grande libro “orfico” e incivile.

 

                                                                                                                              Davide Nota

 

 

 

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          Gianni D'Elia   articolo di Gianmario Lucini

 

Dire di Gianni D'Elia non è facile. Egli infatti è (poeticamente) una personalità complessa e semplice nello stesso tempo, e insieme una delle più significative voci della poesia italiana contemporanea. Se dire del complesso è difficile, lo è ancor più del semplice. Cerco quindi di ricapitolare, per sommi capi, i temi e le caratteristiche della sua poesia lungo l'arco di tempo che corre da Non per chi va (Savelli, 1980), sino a Congedo dalla vecchia Olivetti (Einaudi, 1996).

L'opera prima di D'Elia mi pare importante perché egli, in una lettera a Roberto Roversi e in una citazione leopardiana poste all'inizio della raccolta, profila il suo intento poetico, l'intenzione significativa della sua poesia. E a me pare che questo proposito onesto e lucidissimo di un giovane di 25 anni, sia tuttora la linea di condotta della poesia di D'Elia. In questo documento, il poeta si dichiara per "Una poesia che non sia più riflesso del mondo e di una verità negata dal potere, ma processo di una verità nuova e rifondata da un soggetto (brutta parola) che pensando si nega come tale (e qui penso a Heidegger). E qui la poesia non è solo linguaggio (ciò che è espresso), tèkne; o meglio, oggetto della poesia non è il linguaggio, ma il soggetto diviso dal mondo e dall'uomo, questo soggetto inumano e schizofrenico che cerca il suo essere umano senza speranza, (il suo essere natura). Il linguaggio della poesia è il linguaggio che gli uomini hanno dimenticato".

Più avanti, in una forma più connotativa, afferma: "La poesia - io lo credo - non è realtà, certo, ma senso (da sospendere per cercare, e viceversa) interno alla vita che vive nel mondo, senso non unico ma vero, senso e suono e segno, fatto esclusivamente verbale (perché pensato e vissuto) che si stacca dal processo del valore, dal nero utile, e sceglie l'inutilità espressiva della poesia come funzione comunicativa della vita; per viverla, per amarla; e sognarla per cambiarla".

E la vita quotidiana, a volte frustrante e segnata da una struggente malinconia "generazionale", a volte intimamente ma mai intimisticamente riflessa, a volte leggera ed esaltata, appare prepotentemente in ogni raccolta di D'Elia:

 

Te le ricordi quelle mattine di Bologna

pomeriggi interi a sentire cantare i nostri

morti e tu così contento di sentire

 

dopo trent'anni ci troveremo come

due cani d'occhi bruciati col secolo

girato a guardarci per i lastrici le strade

del cotto e della guerra, terrazzi gialli

e ocra, terraccia bruna di Bologna

col secolo piombato nelle pieghe degli occhi

nostri pieni di feste e carezze, fumi.

(da "Non per chi va")

 

Vorrei guardare l'ombra dei crepuscoli

senza un rimorso vero, amico,

vorrei che tu mi trovassi sincero

alla luce chiara dei ligustri.

 

Seduto su un muretto della via

pensile che guarda al carcere,

lontano dall'ansia e dall'inquieta

lussuria ermafrodita del narciso.

 

Per queste quattro vie, per questi

quattro scorci di mare e di colline

per piazze e viali, caseggiati, orti

nascosti e in giardini, la Bella ci volle.

(da "Febbraio", 1985)

 

Entro queste coordinate il verso di D'Elia si applica, in uno studio attento e sensibilissimo della tradizione e del linguaggio, che segna vistosamente la lingua da lui usata e le stesse "forme" poetiche (la quartina). Scrive Mario Luzi: "C'è,ostentato, un partito preso, c'è una qualche ostinazione programmatica in questa scelta ? Forse sì, come sempre quando si tratta di attestare un convincimento, una fede". E più avanti, parlando di "schegge di esperienza" che caratterizzano i versi: "La forma

che assumono è di malleabili costruzioni verbali e ritmiche apparentemente

astrattive: eppure poche espressioni di oggi captano capillarmente il vissuto come lo fanno, per linee furtive e sghembe, per istanti e baleni, le quartine di D'Elia nella loro ordinata sequenza, nel loro continuum"

(cfr. la prefazione a Segreta, Einaudi, 1989).

 

E quando gli anni urtati verranno

ragazzi ancora, senza sapere,

incontro a rabbie si metteranno

ad assestare un proprio pugno.

 

Ma volgendo, gli anni, le spalle ˆ

e così ancora nessuno vedrà,

ché guardare sempre vorrà

ciascuno i propri compagni.

 

Ed in quegli anni alcuno avrà

il suo pensiero da quello dell'altro

mai saputo distinguere, tanto

una sola cosa, arsa, sarà.

(da "Segreta", Einaudi, 1989)

 

Poeta dell'impegno civile, del sentimento di precarietà storica di una generazione intera, poeta della domanda inquieta e scomoda in ogni campodel vivere (civile, politico, interpersonale, sociale.), ma anche poeta della ricerca spasmodica di un verso musicalissimo e nello stesso tempo semplice, alieno da costruzioni ad effetto, poeta della ricostruzione semantica ed assiologica di un "parlato" più che di uno "scritto" (è infatti la dimensione dialogica di un "parlato" ciò che caratterizza il

lirismo di Gianni D'Elia).

E infine poeta coltissimo, come appare dalla magistrale conduzione e strutturazione della rivista "Lengua", nella quale le note critiche e le riflessioni di Gianni D'Elia mostrano uno sterminato sapere, non certo "erudito" ma essenziale ad un progetto di poesia tenacemente perseguito nell'arco di vent'anni di attività.

Poesia, limpida e nello stesso tempo non facile da capire per quei lettori abituati a una poesia dichiarativa e connotativa che non richiede la loro partecipazione emotiva, una loro rammemorazione del testo. Gianni D'Elia è poeta ricco di messaggi ma anche esigente, poeta di "contenuti" ma anche di stile e rigore, poeta "dialogico" ma che nello stesso tempo non perdona il rifiuto al dialogo: semplicemente si vela, si ossida, svanisce. La sua poesia è una paziente e costante opera di ascolto del mondo, ma nello stesso tempo pretende di essere ascoltata nel silenzio e nella partecipazione totale di ogni organo sensoriale nella lettura, così come per un brano di Chopin. Questa "pretesa" della poesia di D'Elia si fa più forte col passare del tempo, ed ha la forza di un secondo "manifesto" della sua opera, che pure non mostra lacerazioni col primo sopra menzionato.

L'ultima opera di D'Elia che ho sottomano (Congedo dalla vecchia Olivetti, Einaudi, 1996) mi sembra infatti una raccolta molto diversa dalle altre. È una pausa di riflessione sul suo lavoro passato e l'esperienza di vita personale, e insieme un saggiare argomenti e temi non ancora affrontati,forse "impoetici" e frammentari, con la consapevolezza che occorre resistere a questo "vento" e durare un poco oltre, pur misurandosi con esso. Il suo dialogo, rivolto a un poeta (forse Pasolini o Fortini), trae pretesto da spunti quotidiani, da oggetti, e si trasfigura in una ricerca, a volte faticosa, ma complessivamente convincente e mai stagnante o artificiosa. Vi è un tentativo forse più deciso di superare o di ovviare a quella difficoltà di dialogo fra poesia e "prosa del mondo", che pure è costante nella poesia di D'Elia.

 

L'impoetico: raccontalo a lampi.

Nomina le nuove impercepite

cose del mondo in cui ora siamo

immersi. E siano i versi

 

attenti al comune, alla prosa

che servi. E all'arso

cicalìo delle stampanti, poi che canto

è forza di memoria e sentimento

 

e oggi nient'altro che il frammento

sembra ci sia dato per istanti,

tu pure tentalo, se puoi, come tanti

durando un poco oltre quel vento.

 

Ma anche nella apparente resa - che più assomiglia ad una ricompattazione delle truppe, a una pausa strategica, a una riorganizzazione mentale - i temi di sempre riemergono a guizzi taglienti e inquietanti, amalgamandosi con la ricerca di un nuovo stile e un più ampio orizzonte tematico a cui D'Elia sembra alludere e che sembra qua e là tentare, nell'ambito di una poesia tutta protesa all'interrogazione inquietante sullo stile, sulla lingua, sul senso dello scrivere.

Il "corpus" dell'opera di D'Elia è oggi consistente: oltre a numerose raccolte in versi, è importante la sua triologia narrativa Gli anni giovani e il lucido lavoro di critica letteraria e filologica apparso sui numeri di "Lengua" di cui egli è fondatore e anima, e numerosi articoli apparsi su "Il Manifesto" a cui collabora da anni. D'Elia inoltre si rivela fine traduttore dalla lingua francese (ricordo la sua traduzione dello Spleen di

Parigi di Baudelaire, edita da Einaudi, oltre a Valéry, Rimbaud, Artaud,Gide). Ci auguriamo di veder riunite le sue poesie scritte al tempo "della vecchia Olivetti" in un'edizione critica, poiché le sue opere sono in parte introvabili.

 

                                                                                                                                                                                Gianmario Lucini

                                                                                                                                                                                   

 

 

 

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"Il grande eretico del Novecento" di Sante Maurizi - Intervista a Gianni D'Elia su Pasolini


Da «Non per chi va» pubblicato da Savelli nel 1980, alle raccolte per Einaudi (l’ultima, «Bassa stagione», è del 2003) Gianni D’Elia ha non solo tracciato un percorso poetico notevole, ma anche segnato le coordinate di un bilancio politico-esistenziale lungo trent’anni di vita italiana: quelli della propria giovinezza e maturità (è nato a Pesaro nel 1953) ma anche gli stessi che ci separano dalla tragica morte di Pier Paolo Pasolini. Da Effigie Edizioni ha pubblicato a settembre «L’eresia di Pasolini», una raccolta di saggi già in seconda edizione.


 - Qual è l’eresia di Pasolini?


 «Il libro di Delio Cantimori sugli eretici del ’500 mi ha fatto venire in mente un parallelo: Pasolini come eretico del ’900, deviante rispetto alla norma, al dogma. Eccentrico rispetto al precetto cristiano e a quello marxista: è stato - ed è ancora oggi - giudicato un «errore». Era così anche per noi che ci inventavamo le radio libere e poi avremmo fatto il Settantasette a Bologna. Non lo capivamo: mentre lui faceva un’indagine sull’Italia delle stragi noi facevamo l’imitazione di Majakovskij e dei tardo-dadaisti».


 - «Poesie incivili» è il titolo di una sezione della «Religione del mio tempo», e quella di «poesia incivile» è una categoria centrale nel suo libro.


 «L’etimologia di incivile rimanda all’essere “non-cittadino”: Pasolini allude alla non-cittadinanza, e alla coscienza di questa condizione. La città è morta, non c’è più: il nuovo capitale sopprime i rapporti umani con l’omologazione e il dominio, e il poeta non si riconosce né nelle forme letterarie, né in quelle tradizionali di opposizione politica. Pasolini identifica il capitalismo come agente distruttore dell’umanesimo e dell’umanità. È quello stesso nostro mondo odierno che egli definisce “l’universo orrendo”, e in questo Pasolini è il maggior critico antesignano della globalizzazione».


 - Scrive anche che «Leopardi e Pasolini nell’Ottocento e nel Novecento sono i due poeti d’avanguardia della nostra tradizione».


 «Ci vorranno ancora venti, forse trent’anni, ma Pasolini verrà studiato un giorno come filosofo, così come è successo a Leopardi, considerato per decenni un “minore”. Nelle pagine finali della “Nuova gioventù” Pasolini dice che non possiamo più andare avanti: il nostro procedere è un’apocalisse, e dunque dobbiamo andare indietro. Sostituisce all’endiadi novecentesca “avanguardia-rivoluzione” quella “tradizione-rivoluzione”. Penso che quello che Leopardi scrisse in prosa nel “Discorso sui costumi degli italiani” Pasolini lo abbia scritto in poesia, organizzando una antropologia in versi. Il cromosoma della poesia italiana è lirico, Pasolini lo muta rendendolo filosofico, con un precedente che è una possibilità perduta della letteratura italiana, la “Ginestra” di Leopardi. Sia Leopardi che Pasolini rompono con la poetica del proprio secolo: il primo col romanticismo e il secondo con l’avanguardia, che riteneva stesse codificando un nuovo potere. Così riassume in quattro parole il carattere del vero scrittore: «entusiasmo, amarezza, illusione, rabbia». La grande arte poetica si fa con questi quattro elementi, quindi esattamente all’opposto del «vivere al cinque per cento» di Montale e del canone italiano dominante.

 

 - Potere editoriale, di mercato ma anche accademico. Lei parlai di «ostracismo delle cerchie accademiche» nei confronti di Pasolini, il quale però pubblicava da grandi editori, usava il cinema, scrisse negli ultimi anni sul più grande quotidiano italiano. Questo ostracismo, insomma, non gli impedì di raggiungere il grande pubblico.


 «La sua popolarità fu anche il frutto di una persecuzione giudiziaria e giornalistica, scandalistica. Quasi che l’accanimento dei trentatré processi subiti, delle oltre centoventi denunce nei suoi confronti, si sia nutrito della notorietà e viceversa. La messa aL bando da parte di chi fa le storie letterarie, poi, è un fatto solo italiano. Da noi si continua a negare qualsiasi valore alla sua poesia, mentre ora in Francia si parla di una “funzione Pasolini” nella letteratura italiana, così come c’è una “funzione Gadda”. Ma la rimozione nei suoi confronti investe anche il suo assassinio: Pasolini è stato ammazzato per la sua opera, non per la sua omosessualità. Per ciò che scriveva sul Corriere della Sera, per ciò che abbiamo letto in seguito su “Petrolio”. Stava costruendo un dossier su quello che aveva chiamato il “romanzo delle stragi”, il legame tra la morte di Mattei, le manovre dell’Eni di Eugenio Cefis, lo stragismo. Soltanto la magistratura ha letto “Petrolio” come si deve, anche se qualche giorno fa la Procura di Roma ha archiviato la possibilità di riaprire un’inchiesta basata sulle recenti affermazioni di Pino Pelosi».


 - Ha detto di aver iniziato a scrivere il libro dopo i fatti di Genova. Ma nella «Poesia della tradizione» Pasolini chiama i giovani del ’68 «ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano / una meravigliosa vittoria che non esisteva!». Come si fa a combattere se non si ha l’obiettivo di una vittoria o - come si è gridato nelle piazze in questi anni - di un altro mondo possibile?


 «Nell’ultima intervista concessa a Furio Colombo nel pomeriggio del primo novembre, poche ora prima di essere ucciso, diceva che “i pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no. Il rifiuto deve essere grande, totale, non su questo o quel punto: ‘assurdo’, non di buon senso”. La speranza, cioè, è nella ragione, consiste nella capacità inesausta di interpretare il mondo: bisogna resistere ad esso, non subirlo come puro dolore.


 - Ci hanno insegnato che a un certo punto bisogna «uccidere il padre»: non varrà anche per Pasolini?


 «Una volta, rispondendo ad Adriano Sofri, Pasolini disse di non aver mai voluto essere un padre. È un fratello, un compagno di strada, un Rimbaud che va interrogato di continuo, non per dargli ragione ma per nutrirsi dei suoi interrogativi. Se uno lo legge non gli viene nostalgia del passato, ma la voglia di conoscere il presente. Oggi mi ossessiona il tragitto che fece Pasolini, la sera del suo omicidio, da Roma a Ostia: perché, con chi, quale trappola è scattata. Su questo si doveva indagare e non lo si è fatto. Visto che la verità giudiziaria è negata, proviamo a lanciare una verità letteraria».


                                                                                                                                                 
Sante Maurizi

 

 

 

 

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Una discesa nel Limbo con le voci dei «Trovatori»  di Sante Maurizi  - Recensione di "Trovatori"

Virgilio conduce Dante «nel primo cerchio che l’abisso cigne». Siamo sull’orlo dell’imbuto infernale, oltrepassata la porta «per la città dolente» e l’Acheronte, ma al di qua dei cerchi e gironi del castigo eterno: non si odono lamenti di dannati, ma solo «sospiri, che l’aura etterna facean tremare». Eccoci dunque sul bordo dell’Inferno. Sull’esterno lembo: nel Limbo. Gli infanti morti prima del battesimo si accompagnano ai grandi dell’antichità: «gente di molto valore» come i patriarchi del Vecchio Testamento, e poi fra gli altri Cesare, Aristotele, Platone, Cicerone, Seneca. E quei poeti di «cotanto senno» fra i quali Dante si compiace di essere il sesto: Omero, Orazio, Ovidio, Lucano e lo stesso Virgilio, il cui pallore aveva precedentemente rivelato la pietà per la triste sorte di quelle onorevoli figure, e per la propria. Non dannati, ma nemmeno destinati alla ricompensa eterna. «Sospesi», come dice Dante nell’unico verso in cui scrive «limbo».  «Una discesa al Limbo» si intitola una delle sezioni che compongono l’ultima raccolta di Gianni D’Elia, «Trovatori» (Einaudi, pp.122, 11,50 euro). Luogo sospeso anch’esso, nel quale «i vivi stavano coi morti» di un personalissimo catalogo. Poeti come Fortini, Roversi, Pasolini, Loi, Caproni, Luzi, oppure Volponi, Ingrao, Vittorini, e poi Giulio Einaudi, Mario Dondero, Laura Betti e tanti altri. Nomi noti accanto a un pantheon di privati affetti e amicizie: perché «che cosa è il Limbo, se non scesa al sogno / delle figure amate in morte e in vita, / con l’utopia, fiorita dal bisogno / che un senso ignoto ci sia, un’uscita?...». Figure che spesso rimettono in gioco ciò che si è stati, quel passato (i Settanta, la politica, «l’estetica del movimento generale») con il quale D’Elia ama continuare a fare i conti con le proprie sue armi: «Non è finito il mondo, ma lo scriba, / il mondo è tutto lì, oltre la riga, / le voci non derivano dal foglio, / il feticcio cartaceo è uno scoglio, / vociferanti fummo, sì, ma non chiari, / non basta un’estetica fantasiosa, / no, ci vuole una politica per la rosa».  Ma il Limbo di D’Elia non è un campionario autocompiaciuto, né mero espediente narrativo. La citazione dantesca dà forma a quella che è forse l’idea più fresca e viva dell’intera raccolta: i versi sono virgolettati talvolta per singolo endecasillabo, a mimare - più che personaggi - un contributo collettivo nel farsi della poesia. Uno spartito per voci che muta la lettura in ascolto. E la terzina, che già segnava la produzione più matura e recente di D’Elia fino a esserne ritmo distintivo, acquista se possibile maggiore energia: immerge in un teatro nel quale ci si sente agire, e non guardare. Teatro vero e proprio, come nei primi versi dedicati a Marco Pantani, pensati come didascalia di un immaginario spettacolo sul ciclista, con gli attori in circolo sul palco e ‘«Al centro del cerchio, si scopre pian piano...» / «Una bici da corsa, rovesciata...» / «Con le ruote che girano per aria...»‘. E «se il reale è lingua orale, e il cinema / lo scrive» il teatro è «lingua orale della lingua orale»: perché «di per sé, la parola è già un teatro...».  Endecasillabi, terzine: una fiducia quasi disarmante nella dicibilità del verso. Qui sta anche la ragione del titolo della raccolta, l’omaggio al «parlar franco» dei trovatori provenzali, culmine di una tradizione che riuniva nel poeta anche il cantore e il musicista. Una fiducia che diventa stile, sia nel dipingere un’epica minore, familiare, o nel richiamare temi e inquadrature dell’amato Pasolini di cantieri urbani e scavatrici, ma che D’Elia esercita nell’oggi con vigore: «Torna la linea del parlare, a fronte / la linea dello scrivere impostato, / Petrarca in retrovia, e Dante al fronte». E se in quel quarto Canto dell’Inferno la parola chiave è «onore», qui è «umano» (umanistico, umanità, «scrittura che s’inumana»): anche nel senso pietoso, vichiano, dell’inumare quel «padre di poesia e d’esperienza» al quale è dedicato il tenero ricordo della sezione «La scomparsa».  Risuona qualcosa di profondamente italiano in questa raccolta di D’Elia. Quel Dante che la innerva a più livelli nell’osare un palinsesto del reale, del vivere questi anni pesanti di guerra e morte, delinea uno spazio che conosciamo bene: quel paesaggio di colline marchigiane che Piero della Francesca e Leopardi hanno variato in ritmo, e che appartiene a quell’idea di civiltà italiana alla quale il pesarese D’Elia è forse oggi in poesia il nostro più lucido contemporaneo.

 

                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                           Sante Maurizi

 

 

 


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