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Gianni D'Elia  

 POESIA COME ERESIA

 

 INTERVISTE

 

 

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                                      - INTERVISTA DI EUGENIO ALFANO (ottobre 2007)

                          - «Aiutiamo la politica con il fiore “inutile” della poesia»,
                             intervista a Gianni D'Elia di Flavio Santi, Liberazione (settembre 2006)

 

 

                                INTERVISTA DI EUGENIO ALFANO (ottobre 2007)

                                        Eugenio Alfano ha realizzato questa interessantissima intervista col prof. D'Elia

                                        in cui vengono affrontati alcuni temi riguardanti la poetica pasoliniana,

                                        il ruolo della poesia e del linguaggio, i misteri legati alla morte del poeta friulano, e l'attualità

 

Partiamo dal titolo del suo libro: “L’eresia di Pasolini”.

Cosa intende per eresia poetica ed eresia pasoliniana?

 

L’eresia di Pasolini consiste in una continua interrogazione del dogma: un dogma economico o spirituale, confessionale, cioè storicamente determinato, con tutti i vizi che in Italia hanno segnato il condizionamento della libertà di pensiero e dunque della libertà esistenziale. Pasolini critica, appunto come un eretico, qualcosa in cui ha creduto e in cui non crede più: la Chiesa prima di tutto, e il capitale,  perché ha visto che cosa è poi accaduto alla gioventù, con la guerra dei ricchi - come la chiama lui nelle poesie friulane - e dei nazisti e dei fascisti, e poi con l’emigrazione immediatamente dopo. Un bellissimo romanzo è”Il sogno di una cosa”, che parla proprio di noi italiani, friulani che andavamo di là nell’Istria o in Jugoslavia, si emigrava appunto perché non c’era lavoro da noi. Questo è Pasolini. Pasolini rovescia sempre la consuetudine, la pigrizia della realtà ormai chiusa in uno stereotipo. Quindi l’eresia di Pasolini è la sua critica.

Ho scelto poi come titolo del libro L’eresia di Pasolini, perché mi sembra che oggi il dogma economico e spirituale dell’umanità sia così devastante che porti così tanto male così tanta guerra, così tanta ingiustizia e anche menzogna, che questa figura dell’eresia ritorna una figura centrale.

 

 

Lei inserisce Pasolini  all’interno di un lungo filone definito “avanguardia della tradizione”, all’interno del quale Pasolini è solo uno degli ultimi. Cosa caratterizza questa linea poetica?

 

Leopardi ha agito all’interno di questa linea, ma sicuramente non è stato il primo. Il primo è Dante ma ce ne sono altri, come ad esempio Pascoli. Ma prendendo l’incrocio tra Dante Leopardi e Pasolini,questa continuità è dimostrabile con lo studio, con l’analisi testuale, con i rimandi continui, con i riferimenti che Pasolini stesso fa a Leopardi, soprattutto a quello de “La ginestra”, specialmente nel periodo giovanile in cui Leopardi è presentissimo anche come modello formale, soprattutto nelle poesie di “Roma 1950”, cioè quelle dell’avvenuto distacco dal Friuli, prima che lui scriva Le ceneri di Gramsci, e lì c’è un leopardismo smaccato. Non si tratta di tradizione dell’avanguardia perché questa è tradizione del nuovo: è il gruppo 63 in Italia, la neoavanguardia poetica, che ebbe Pasolini come bersaglio. Pasolini rispose, dal suo punto di vista che era totalmente l’opposto, non tanto quello di inserirsi nella tradizione dell’avanguardia novecentesca, ma di uscirne perché questa linea la vedeva esaurita dal linguismo, da un giochetto che continuava a rigirare sul linguaggio ma non aveva rapporti col reale e con la comunicazione anche tragica delle cose da dire e quindi sceglie proprio l’avanguardia della tradizione: cioè di poter dire di poter parlare di farsi capire di fare una poesia non giocata sul giochetto linguistico, ma una poesia sul senso e sulla musica, sul continuo contrasto e frizione tra il senso e la musica. E in questo riprende in qualche modo certamente l’idea del poema e del poemetto sia di Dante che di Leopardi che di Pascoli. Ma questa è comunque ancora una cosa da studiare bene.

 

 

La morte di Pasolini è una morte tutt’ora oscura, ma che lei non ha esitato di rintracciarne i motivi nell’ultima fatica pasoliniana: Petrolio.

Cosa si nasconde dietro questo romanzo “incompiuto”?

 

Dopo L’eresia di Pasolini scrissi, “Il petrolio delle stragi”, seconda parte, postilla de “L’eresia”, dove si parla soprattutto di “Petrolio”, di quello che dice: racconta cioè la strage di Stato e tutto il periodo delle stragi, dal delitto di Erico Mattei, precipitato con l’aereo nel ’62, al delitto di Pasolini stesso nel ’75. Seguo insomma le tracce del giudice Vincenzo Calia che ha depositato la fine della sua inchiesta, il quarto stralcio sul delitto Mattei, dicendo che è stato un attentato, avendolo anche dimostrato, ma che però ha dovuto archiviare perché in Italia vige il segreto di Stato. Il giudice collega il delitto Mattei, la scomparsa e quindi il delitto di Mauro De Mauro e il delitto di Pasolini, e cita Petrolio come fonte storica della sua inchiesta, dicendo che Pasolini ricopia almeno una trentina di pagine di un libro su Cefis, di uno pseudonimo tale Giorgio Steimetz, il quale sarebbe Corrado Ragazzino, che dirigeva l’agenzia AMI di Milano: l’altra faccia dell’onorato presidente Cefis. La vita di Cefis che Pasolini glossa e riscrive, è presa dal giudice in molte parti in cui dimostra per esempio, non so, che il piccolo servizio segreto privato di Cefis, cioè la società DAMA, rientra in Pasolini e diventa AMDA. Lui addirittura fa gli anagrammi e rovescia le sigle e anche da questo si può dedurre come il giudice avesse le fonti. Ma le fonti non si fermano qui, è questo che è inquietante. Cioè ha dimostrato il giudice che tra le carte di Pasolini, insieme a Petrolio, ci sono tre relazioni di Cefis con appunti scritti a matita non pronunciati nelle occasioni ufficiali nei quali sono stati fatti, e una parte del romanzo nella quale si parla proprio della storia dell’accumulazione del denaro al tempo della guerra (Cefis insieme a Mattei erano nella stessa divisione Partigiana Bianca repubblicana nella Val Dossola, mentre Pasolini poi l’ambienta in Brianza), e  lì lui dimostra in qualche modo di sapere, ma questa parte di romanzo è sparita, ed è questo anche che io denuncio nel mio libro: Pasolini in alcune righe dice “rimando il lettore a quanto ho già detto su Bonocore (che poi è il nome di Mattei nel romanzo) e su Troya (Cefis nel romanzo)” e queste parti invece non ci sono. Rimando comunque il lettore al libro, all’interno del quale ho dimostrato che Pasolini stava addosso alla verità sulle stragi, al legame tra la politica e la guerra del petrolio italiano, tra petrolieri privati e petrolieri pubblici, quindi tra Cefis con la Montedison e gli altri, Monti soprattutto, e le parti politiche, Andreotti che stava dalla parte dei privati, cioè di Monti, e Fanfani che invece stava dalla parte di Cefis. Tutto questo è dimostrato col prospetto che Pasolini disegna nelle pagine di Petrolio facendo proprio l’organigramma del nuovo potere.

Quindi diciamo che ancora noi siamo con la menzogna su tutti gli anni ’70 e quindi Pasolini ci serve per chiedere la verità: devono togliere il segreto di Stato, perché gli italiani e soprattutto voi giovani, possiate sapere cosa è successo in Italia e avere un’idea della rovina di oggi. Questo momento che stiamo vivendo adesso di confusione politica grandissima deriva proprio dalla mancanza di verità in questo paese. Non c’è più un legame tra la politica e la cultura. Quindi l’anniversario della morte di Pasolini deve essere usato come denuncia di questo grande vuoto di verità che da quando la sua voce si è spenta in Italia è ancora più assordante.

Quindi Pasolini ci serve ancora molto perché la storia d’Italia non è compiuta, soprattutto non è svelata.

 

 

Pasolini e i giovani. L’occhio critico del poeta nei confronti dei giovani cambia radicalmente: si passa dai “ragazzi di vita” a quei “ragazzi che quando li incontri non sai mai se aspettarti un sorriso o una coltellata”.

A cosa è dovuto questo cambiamento?

 

È dovuto a quella che Pasolini chiama, rispolverando Marx e la Scuola di Francoforte (soprattutto Marcuse), “omologazione antropologica”. Marcuse ha scritto un famoso libro nel ’69, “L’uomo a una dimensione”. Questo discorso della unidimensionalità, cioè della omologazione del tipo umano, quindi antropologico, del piccolo borghese planetario che è soprattutto modellato sul rilancio delle pubblicità e dei consumi e dei mass media e di un circolo di produzione-consumo fondato sullo spreco, ha prodotto un’umanità che vuole i beni, magari non ha i soldi per acquistarseli, allora ruba o delinque e diciamo che la sua profezia sulla delinquenza giovanile era azzeccatissima. Quindi Pasolini riprende un’analisi dell’economia politica, però lo fa da poeta, cosa che fa anche Marx, perché Marx era anche poeta, era poeta della critica, ma ha scritto anche versi. Secondo Marx la produzione non produce soltanto oggetti ma produce umanità, che altro non è se non rapporti sociali. Pasolini negli Scritti Corsari riprende questa visione di Marx e dice che il nuovo Capitalismo non produce soltanto merce ma produce rapporti sociali, cioè nuova umanità. Perché i rapporti sociali sono gli uomini, sono le persone. Da cosa sono dominati questi rapporti oggi? Sono dominati dal denaro, anche dalla penuria del denaro, chiaramente anche dalla miseria, a livello culturale ma molto più materiale.

Quindi gli intellettuali, i giovani e gli studenti (per Pasolini gli studenti sono i giovani intellettuali) devono seguire questo impegno, anche se tutti dicono che l’impegno è una parola che non serve più. L’impegno di tutti i giorni, anche quando stiamo da soli, della verità. Quindi è chiaro che se vediamo una realtà italiana come questa dobbiamo cercare di usare questi strumenti pasoliniani, che sono poi Marx, Gramsci, tutta la linea della Sinistra migliore, la Sinistra poetica italiana, che non è una sinistra solo di prosa - come dice Ingrao: “voglio sognare”, cioè ci deve essere il sogno. Qui questa Sinistra poetica non ha voce oggi, non la senti, ed è per questo che le analisi sono carenti, perché per fare un’analisi dell’umanità di oggi, ci vorrebbe un poeta o ci vorrebbe qualcuno che ha il cuore, che soprattutto fa sentire agli altri qualcosa, li smuove un po’, non solo nella testa ma nei sentimenti. Abbiamo bisogno di una “scossa sentimentale” secondo me, che senz’altro è anche intellettuale.

 

 

Nella sua ultima raccolta poetica “Trovatori” (edito Einaudi), in una poesia lei scrive:

«Per lo più, sei così lontana dalla poesia,/che mi spaventa, cultura, la tua autìa,/la tua autosufficienza dal sentire…/e non tanto dalla poesia scritta,/ma da quella vissuta».

Che ruolo dovrebbe avere per lei la poesia nella nostra società civile e politica?

 

La poesia dovrebbe avere un ruolo sentimentale, dovrebbe essere cioè l’educazione sentimentale degli italiani, che sono maleducati sentimentalmente, basta guardare il livello civile della discussione anche politica oggi a che livello è. Allora la poesia è una educazione sentimentale che fin dalle scuole elementari dovrebbe essere rafforzata, in tutti gli ordini e gradi delle scuole, fino ad arrivare alle superiori certamente, ma anche alle università: tutti dovrebbero conoscerla, studiarla e soprattutto dovrebbe essere insegnata come motivo di educazione sentimentale. Perché l’analfabetismo sentimentale e quindi la violenza da dove viene? Viene dal fatto che uno non scava dentro di sé, non conosce niente di se stesso e quindi giudica gli altri e il mondo sempre da fuori. Questo fatto della maleducazione di oggi è anche linguistica, ma soprattutto di sentimenti, di cuore: manca il cuore. E quando Pasolini dice “è cominciata l’era della fine della pietà”, l’era consumistica inaugura la fine dell’era della pietà, cioè vuol dire che la pietà che c’era prima, cioè la “pietas umanistica”, concetto secondo il quale l’uomo è più importante delle merci e di tutto il resto, si è persa. Si è persa perché nella cultura è passata l’idea che ciò che conta è il denaro e la merce e non è la persona. Infatti anche tutti i discorsi che si fanno sull’economia, sono discorsi dal punto di vista dell’economia e dal punto di vista della politica, ma non dal punto di vista umano.

 

 

Ha parlato di linguaggio, cosa pensa del “Vaffa-Day” di Beppe Grillo?

 

Il turpiloquio, il Vaffa-day, può andar bene per 10 minuti, ma dopo stufa. A me stufa subito. Nel senso che, dopo tanti anni che l’unica parola che si trova per una protesta politica è quella, non vedo nessun progresso dal ’77, quando si sbagliarono gli slogan e addirittura vennero slogan di violenza e di morte. Ecco questo qui è uno slogan volgare e cretino secondo me, perché allora sarebbe meglio di dire invece di “vaffanculo” di trovare una parola giusta, di critica anche aspra, però giusta e che secondo me non è quella. Potrebbe anche essere il primo momento di urlo di protesta, ma non da uno che la teorizza e poi la spartisce agli altri. Ma soprattutto sono i contenuti di questo generico, diciamo, stato di polizia, perché ad esempio ci sono molte ambiguità sulla legalità: la legalità va bene, ma lo stato di polizia quando incominciano a parlare anche dei Rom che tocca farli fuori, allora no, anche Grillo mi pare. Si mescola oggi un qualunquismo degenerato perché è tutto saltato, non c’è più la cultura, soprattutto di sinistra, la cultura di sinistra ha abdicato totalmente e non c’è più una cultura in Italia in grado di combattere questa cultura devastante, fatta di qualunquismo, di parolacce, di generico protesta, mai di impegno magari determinato anche a fare qualcosa, non di dire sempre “no”, ma anche provare a costruire insieme qualcosa.

Senza una cultura politica, una pratica politica, non è possibile…su questo credo e insisto tanto. Oggi la pratica politica è debole ed è del tutto insufficiente perché la cultura politica è ristretta ed è di prosa, facciamoci entrare un po’ la poesia.

                                           intervista a cura di Eugenio Alfano

                                     

Studente di Giurisprudenza all'Università di Firenze

Appassionato di poesia (conoscitore dell'opera di Pasolini) e dello studio della criminalità organizzata.

Nel 2006 ha realizzato, insieme a Gian Luigi Ago e Claudia Bellucci, la Lezione-Spettacolo sul Teatro Canzone di G. Gaber e S. Luporini, progetto didattico presentato in diverse Università e Licei, da Cosenza a Firenze e Milano.

Nel 2007 ha realizzato un'intervista al poeta Gianni D'Elia ("Pasolini: morte italiana").

Appassionato di arte, realizza lavori che coniugano un tratto pittorico preciso e dal sapore metafisico a temi concettuali legati alla realtà sociale e psicologica («(…)le capacità di concettualizzare i suoi disegni pur all'interno di una visione metafisica e di farli parlare del sociale», G. L. Ago).

A novembre del 2007 realizza "Finestra sulla realtà", recensito dal poeta Gianni D'Elia.

Un suo dipinto, Un uomo e una donna, viene utilizzato per la copertina dell'e-book "Diario", di G. Laguardia.

 

 

 

 

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                                   «Aiutiamo la politica con il fiore “inutile” della poesia»

                        intervista a Gianni D'Elia di Flavio Santi, Liberazione (settembre 2006)

                                                         

Gianni D’Elia incarna quel sogno umanistico, sempre più raro, del poeta che è anche, innanzitutto, una persona appassionata e leale. Lo raggiungo al telefono una dolce sera di metà agosto. Quella che segue è la riduzione, per ovvie ragioni redazionali, di una lunga chiacchierata che ci ha portati a varcare le soglie della mezzanotte.

Il mondo sembra non avere bisogno della poesia. La recente guerra in Libano lo conferma tragicamente…


Il mondo sembra aver bisogno di prosa in senso hegeliano, cioè dei realia, gli interessi, l’economia, il petrolio. Il giorno dell’inizio dei bombardamenti ho tradotto un frammento delle Georgiche di Virgilio, I 500-14, cercando di attualizzarlo, di attraversarlo, di farlo risuonare in una drammatica compresenza di tempi. Questo può fare un poeta in simili circostanze: non dimenticare. “Vorrete impedire almeno ai giovani / di soccorrere il secolo sconvolto, / voi che pensate solo ai trionfi vostri, / ovunque rovesciando sacro ed empio? / Perché per voi è sacro il sacrilegio / della guerra, e sacrilega la pace, / quante sono le guerre per il mondo, / quante sono le facce svergognate! / Così, slanciati al mondo i carri armati / si danno al nuovo spazio in un crescendo / coi carristi rapiti dai motori, / e non ascolta nessun freno il vento…”

A proposito di capacità d’intervento, per il trentennale della morte di Pasolini lei è stato tra i pochi a fare qualcosa di realmente efficace, pubblicando due libri sul poeta, L’eresia di Pasolini, sulla sua poetica, e Il petrolio delle stragi, ricostruzione documentata e persuasiva della sua morte…


Pasolini è la sineddoche, parlando di Pasolini parlo della storia mancata della sinistra, quel “possibile” della sinistra non realizzato. Fra le tante cose su cui Pasolini ci fa riflettere ce n’è una particolarmente attuale: la differenza tra sviluppo e progresso, che riprendeva dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Leopardi. Il progresso è quella condizione di passato-presente, anche in senso proustiano, che fa crescere una nazione. Ebbene noi siamo molto indietro: c’è sviluppo senza progresso. Io ho cercato di scrostare Pasolini un po’ dal mitema che l’ha incrostato e di far vedere che Petrolio è una lucidissima critica dell’economia politica, che così va letto e che per questo Pasolini è stato ucciso. Dietro le stragi c’è l’economia. Adesso i tempi sono maturi per chiedere a viva voce di togliere il segreto di Stato. 

Mi pare che lei è tra i pochi ad avere conciliato l’apparentemente inconciliabile (o comunque difficilmente conciliabile): Fortini con Pasolini…


Questo me lo disse già il compianto Bernard Simeone nel ’95: in Francia Fortini e Pasolini sono visti convergenti, solo qua da noi appaiono così inconciliabili. Si tratta di una contraddizione vitale: Fortini è il Padre, incarna il senso del dovere, Pasolini è il Figlio, l’attitudine filiale e ribelle. Nelle Ceneri di Gramsci Pasolini parla di “mio paterno stato traditore”, dove traditore fa rima con calore… C’è bisogno di entrambi, virgilianamente il puer e l’adulto. 

Ha vissuto in prima persona gli anni ’70, un periodo che non sembra ancora essere stato compreso e risolto in pieno e che continua a suscitare spaccature. Come giudica quegli anni?


Ero in Lotta Continua dal ’72. A Pesaro abbiamo fondato Radio Pesaro Centrale con un centinaio di persone: eravamo in contatto con Radio Alice ma la nostra era un’esperienza diciamo meno majakovskiana. Oggi bisogna avere il coraggio di dire che aveva ragione Pasolini, non sono d’accordo con Franco Berardi Bifo quando sul vostro giornale scrive “Avevamo ragione entrambi”. E no, noi avevamo torto! Eravamo chiusi in una sottocultura, in una specie di rigatteria del tardo, che non badava al sodo ma al pop. Il ’77 è teoricamente debole, non bastavano la Beat Generation e Majakovskij. Adesso che ci avviciniamo al trentennale ci vuole il coraggio dell’autocoscienza, abbiamo bisogno di capire. E Pasolini e Fortini ci saranno di grande aiuto. 

Lei è tra i pochi disposti a “sporcarsi” pasolinianamente, a confrontarsi con il pubblico: un esempio è la sua collaborazione con il cantautore Claudio Lolli. Ce ne parli (e così ci dice anche la sua opinione sull’annosa questione canzone vs poesia)? 


La collaborazione risale al periodo della Pantera, fu Alberto Bertoni a invitarci a una serata a Modena. Da allora abbiamo fatto parecchi concerti, abbiamo realizzato un cd per l’Unità, “La via del mare”. La separazione tra musica e poesia era considerata funesta da Leopardi, e non dimentichiamo che inizialmente i Canti leopardiani erano intitolati Canzoni! A fare la differenza è la qualità dei testi. Claudio è un vero poeta, sa unire il popolare al colto, con giri sintattici e citazioni leopardiane, con grande sapienza metrica, l’uso ad esempio del settenario. Questa problematica mi interessa molto: il mio nuovo libro, in uscita a gennaio, si intitola Trovatori e sviluppa proprio l’idea di una poesia vicina all’orecchio. Dal poema narrativo sono passato a quello dialogico: è una sorta di convivio con persone che parlano, c’è molta storia d’Italia, si parla dei “partecipanti” a quel sogno comune di civiltà che non vogliamo finito. La poesia trobadorica è molto importante, andrebbe rivisitata e ripensata. La vera sfida è unire canto e racconto. 

Lei è la dimostrazione che per fare poesia bisogna confrontarsi con la prosa (penso alla trilogia Gli anni giovani). Ci parla di questa esperienza?


Per me la poesia è il sentire prima del linguaggio, che poi ti porta al linguaggio: una scarica, il “melos”. L’intonazione è fondamentale, e poi il legame con lo spunto, sabianamente. La prosa è l’eversione; come scrisse Luzi: “la prosa per un poeta è la fiducia in un dono di violenza”. Dal ’94 ho iniziato a tenere una specie di libro segreto, uno “zibaldino” se vuole, L’ozio della Riviera, un faldone di oltre mille pagine, una perlustrazione delle mie ossessioni più indicibili, legate soprattutto all’eros e alla morte. È un libro che non ho intenzione di pubblicare, è volutamente impubblicabile, un’opera aperta, così mi sento libero, è un grido contro ogni possibile editing, una vera e propria purga secondo me. Il narratore vi riflette spesso, concludendo che i romanzi che escono oggi non possono che essere degli aborti, un insieme di tagli perpetrati dall’industria editoriale. Un “romanzo di poesia”, sulla strada aperta da Petrolio. Un lavoro postumo, lento e molto segreto. 

 

D’Elia, lei è un poeta che si guarda intorno, si interroga su quello che ci accade. Come giudica il nostro Paese? 


C’è grande indignazione: metà del paese che vota per Berlusconi, non è possibile mi dico. Possibile che l’intelligenza, la sensibilità non contino più? Il trasformismo è il vizio dell’Italia: gente dal passato sospetto con nuove verginità, uomini di sinistra che passano a destra, uomini di destra che vanno a sinistra, solo per le proprie convenienze… da ragazzo avevo un sogno rivoluzionario, ma non bastava, adesso ho capito che per fare la rivoluzione ci vogliono la cultura e la poesia - nel ’77 non lo capimmo. Ho un grande amore per questo paese: l’Italia è bellissima, ha dei paesaggi da Paradiso terrestre, pensa a quella che io chiamo la “dorsale umanistica”, l’Appennino toscoemiliano, il versante adriatico. Adesso a questo Ulivo serve la Ginestra: al fiore “utile” della politica serve quello “inutile” della poesia, dell’arte. Solo così potremo rinascere. 

 

 

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